Seminario sulla FAZ a San Marino

foto san marinoIl nove gennaio scorso sono stato invitato dal Movimento Rete di San Marino a tenere un seminario sulla Faz. Questo è il video dell’evento. Il seminario è durato quasi otto ore, comprese un paio di pause, ed ho affrontato in modo abbastanza approfondito sia gli aspetti teorici che quelli pratici del progetto Faz.  È stato molto intenso e coinvolgente e spero che ne possa derivare un’esperienza concreta per l’attuazione dei principi della faz.

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Il mistero dei tassi negativi, le paure dei capitalisti e la Faz

andamento-tassi-bce-fedI tassi di interesse sotto zero, nonostante sia iniziato il QE della BCE stanno creando non pochi problemi agli economisti. È una situazione del tutto nuova e si sta entrando in un campo inesplorato pieno di insidie e trabocchetti. Alessandro Plateroti, sul Sole 24 Ore, riassume così lo stato d’animo degli economisti  degli operatori finanziari: “Per gli economisti della scuola classica, il fenomeno è scioccante: non solo è definitivamente tramontato il cosiddetto «LZB», o Level zero boundary, il livello di supporto dei tassi che si pensava non sarebbe mai stato raggiunto e infranto, ma si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche.” E se qualche bello spirito, come Ambrose Evans Pritchard, noto commentatore economico inglese, si spinge fino a paragonare questa situazione alla rarefazione dell’argento nel 1400, con la grave crisi che ne derivò per effetto della rarefazione della moneta (dimostrando per inciso di aver capito ben poco della situazione attuale, Martin Wolf sul Financial Times, (ripreso dal Sole 24 Ore) arriva a preconizzare l’era della grande stagnazione e che il capitalismo non riprenderà mai più a brillare dopo questa crisi.

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Che succede al prezzo del petrolio?

Molti amici ed estimatori mi hanno chiesto delucidazioni sulla improvvisa caduta verticale del prezzo del petrolio e sulle sue origini. Ringrazio tutti per la fiducia, ma francamente non posso fare molto di più che formulare delle ipotesi, probabilmente vaghe e forse vere solo in parte. Per le previsioni, poi, non ne parliamo nemmeno, osservatori ed analisti potenti ed accreditati e sbagliano regolarmente, nonostante dispongano di mezzi di analisi e di strumenti di calcolo decisamente potenti ed affidabili. Proviamo a ragionare.

La prima idea che viene in mente, e che peraltro è stata sostenuta ed è tuttora sostenuta da diversi osservatori, è che la caduta del prezzo del petrolio è una manovra voluta dagli americani per mettere in ginocchio la Russia e far precipitare il consenso e il potere di Putin e del suo gruppo. A mio avviso, però, questa è un’idea sbagliata, o meglio, in buona parte sbagliata. Intanto la caduta verticale del prezzo del petrolio è certamente riconducibile alla decisione dell’Opec di non tagliare la produzione, seppure in presenza di una domanda mondiale debole  e con prospettive persino di riduzione. L’Opec, com’è noto, è politicamente condotto dall’Arabia Saudita che, dall’alto dei suoi dieci milioni di barili al giorno di produzione ne determina di fatto le scelte. Orbene, i Sauditi hanno deciso di non tagliare la loro produzione, l’Opec si è adeguato e a quanto pare nessuno ha avuto niente da ridire sul punto (e questo sembra alquanto strano: i Sauditi con i loro 900 miliardi di dollari di riserve e con costi di estrazione a 5/6 dollari al barile, possono reggere anche i 10 dollari di prezzo di vendita, ma si pensava che l’Iran o il Venezuela o anche la Nigeria, paesi che hanno programmi di investimenti e di sostegno di servizi che si fondano su un prezzo alto del petrolio, si opponessero strenuamente, e invece tutti  zitti e mosca, con la m minuscola perché le riunioni si tengono a Vienna).

Insomma, la decisione è stata presa dai Sauditi e tutti gli altri paesi non si sono opposti più di tanto. Si dirà che i Sauditi sono alleati degli americani e questo rafforzerebbe la tesi dell’attacco economico alla Russia di Putin, ma questo sembra essere uno specchietto per le allodole e che la realtà sia completamente diversa. È ben vero che i Sauditi saranno stati ben contenti di dare un brutto colpo agli Iraniani, che notoriamente non amano per via delle divergenze sulla leadership nell’area del medio oriente, ma questi, e lo sono tenuto a denti stretti e non hanno fiatato, quando in altre circostanze hanno espresso chiaramente e clamorosamente la loro opposizione a decisioni a loro sgradite. Insomma, questa decisione era sgradita, tuttavia a quanto pare, era necessaria, altrimenti l’Iran non sarebbe stato zitto.

Ma torniamo alla Russia, ed alle ragioni per cui non credo affatto che la caduta del petrolio sia una manovra anti-Putin ordita dagli americani e dai loro alleati. La vendita del petrolio  è molto importante per la Russia e per le sue riserve, ma lo è molto meno di quanto non fosse dopo la caduta dell’URSS, e al tempo della crisi del 1998 che portò all’allontanamento dei Eltsin dalla vita politica ed all’ascesa di Putin nel 1999. Allora, grazie alle politiche di austerity volute dal governo Eltsin e dai suoi economisti liberal, il paese fu costretto a dichiarare default sul debito pubblico, ma oggi le riserve della Banca Centrale Russa sono di circa 500 miliardi di dollari, fatto che mette il paese al riparo da qualsiasi ipotesi di default. Inoltre, il petrolio incide sul Pil russo per l’11,1% ed una caduta del prezzo in dollari non comporta automaticamente una riduzione del Pil, considerando che questo viene calcolato in rubli ed il rublo è stato prontamente svalutato dalla Banca Centrale che ha assecondato le decisioni del mercato. Questo ha scommesso sulla debolezza del rublo per via del fatto che l’apparato burocratico russo è finanziato per il 40% dai proventi della vendita del petrolio. Tuttavia, dal punto di vista interno, la svalutazione del rublo a perfettamente compensato questa perdita: mentre il petrolio perdeva il 50% del suo prezzo, scendendo da 115 dollari a 55, il rublo faceva altrettanto passando da 40 rubli per dollaro a oltre ottanta.  In termini numerici questo non ha creato alcun problema ai dipendenti russi. Certo, per essi sarà impossibile quest’anno andare a passare le vacanze sulle Montagne Rocciose, ma quanti di loro erano in grado di permetterselo prima della caduta del prezzo del petrolio? Pure le vacanze in Europa hanno visto un sostanzioso calo dei turisti russi, ma questo è un problema per i paesi europei non per la Russia, dove certo non mancano strutture turistiche di livello che restano comunque abbordabili per i russi. I russi, inoltre, hanno fatto altre due mosse intelligenti per parare il colpo della caduta del prezzo del petrolio. Hanno comprato e stanno comprando tuttora oro fisico in quantità industriali, per garantirsi un margine di guadagno che compensi, anche se in parte, le perdite sul prezzo del petrolio, ed hanno attivato un accordo con la Cina per scambiare merci, e soprattutto petrolio e gas, ad un prezzo stabilito non più in dollari bensì da un accordo bilaterale di scambio tra il rublo e lo Yuan cinese. Accordi similari sono stati conclusi con gli altri paesi BRICS, e questo comporta l’abbandono di fatto del dollaro come moneta di riferimento per le transazioni commerciali a partire dal petrolio e dal gas.  Insomma, non sembra proprio che tutto questo sia stato atto per attaccare la Russia che, tra l’altro, a parte una debole protesta di Rosneft, che ha accusato i Sauditi di manovrare il prezzo del petrolio per conto terzi (indovina chi?), in realtà né il governo né gli economisti né gli altri produttori hanno detto nulla su questa situazione. Ne hanno preso atto ed hanno adottato le loro contromisure.

E allora? Il problema è meno politico e più economico di quanto non si pensi. E il nome del problema è “fracking”, ovvero quella tecnica che la Shell ha scoperto una decina di anni fa che ha reso possibile l’estrazione di petrolio e gas di scisto, ovvero proveniente dalla frantumazione delle rocce. Negli ultimi anni, grazie agli elevati prezzi del barile di petrolio, gli investimenti americani in questo settore si sono moltiplicati, raggiungendo i duemila miliardi di dollari, dei quali 900 sono esposizioni delle banche americane nei confronti degli investitori. Grazie a questo petrolio gli Usa sono diventati completamente autosufficienti e recentemente Obama ha rimosso il divieto di esportazione del petrolio per le imprese americane che lo producono sul territorio, divieto che era dettato da comprensibili ragioni di ordine strategico e militare. Visto che le riserve di questo petrolio sono nell’ordine delle centinaia di miliardi di barili, pari almeno a quelle del petrolio estratto con metodi tradizionali, le compagnie americane si sono buttate sull’affare attirando grandi capitali.  L’effetto è stato che negli ultimi dieci anni, cento superpetroliere al giorno hanno smesso di dirigersi dai paesi arabi agli Usa, e il principale referente commerciale degli arabi è divenuta la Cina che produce petrolio in quantità decisamente inferiore a quello che consuma. Semmai il lusso si invertirà a breve, e le superpetroliere torneranno a solcare l’oceano per portare il petrolio americano in Europa, anche nell’ambito degli accordi TTIP.  Persino in Italia l’anno scorso il 3,1% delle importazioni di petrolio sono venute dal Canada, che sta sfruttando i numerosi e ricchi giacimenti di sabbie bituminose. Tuttavia le tecniche estrattive sono costose e rendono se il prezzo è superiore ai 70 dollari al barile, altrimenti i costi sono superiori alle entrate.  E proprio questo è il punto fondamentale. Sia da un punto di vista economico, soprattutto per l’Arabia Saudita, che da un punto di vista politico, soprattutto per la Russia, ma per esse valgono entrambe le prospettive, l’indipendenza energetica degli Usa e la prospettiva che questi possano rifornire l’Europa sia di petrolio che di gas, tagliando fuori le forniture russe  e quelle mediorientali, sono assolutamente da combattere. La Russia si troverebbe a perdere il suo principale cliente, l’Europa sia per il petrolio che per il gas, ma soprattutto perderebbe per un tempo indefinito, la possibilità di una collaborazione stretta con le economie europee fondata proprio sulla vendita di energia.  L’Arabia Saudita perderebbe il suo ruolo centrale nelle politiche in medio oriente che è legato soprattutto alle enormi riserve di petrolio nel suo sottosuolo ed alla sua capacità produttiva attuale.

Insomma, se pensiamo che la caduta del prezzo del petrolio e le conseguenti difficoltà per l’industria estrattiva  americana, sono una risposta alla guerra in Ucraina, è possibile che ci abbiamo azzeccato. Se le estrazioni di shale oil & gas vanno in crisi, l’Europa sarà costretta a negoziare il ritiro delle sanzioni con la Russia ed a riprendere i programmi di costruzione degli oleodotti e gasdotti recentemente bloccati dalla guerra, checché ne dica lo zio Sam. Oltretutto c’è all’orizzonte un nuvolone nero di una prossima crisi finanziaria che potrebbe essere innescata proprio dal default dell’industria estrattiva Usa e dalla sua incapacità di fare fronte ai 900 miliardi di investimenti bancari. Già era nell’aria una nuova crisi finanziaria, e una botta così sul mercato dei derivati, considerando che la maggior parte di questi investimenti sono garantiti da collaterali sparsi in tutto il mondo, la potrebbe far precipitare velocemente.

Mettiamola così. Gli arabi hanno fatto balenare agli americani la possibilità di usare l’arma del prezzo del petrolio contro la Russia, e così hanno avuto il loro assenso, e allo stesso tempo, hanno concordato con la Russia di far cadere il prezzo e non tagliare la produzione per fare fuori l’industria da scisto e da sabbie bituminose americana. Gli americani hanno aderito entusiasticamente all’idea di menare schiaffi all’ex amico Putin ma forse ora si rendono conto che non era proprio una bella idea.  Che gli arabi giochino su più tavoli è un dato, hanno sempre fatto così. E pure i Russi sanno giocare a scacchi meglio degli americani, tranne che durante il breve regno della buonanima di Fischer, l’eccezione che conferma la regola.  La cosa divertente è che non possono nemmeno dire niente ai loro alleati e amici arabi, e con il petrolio sotto i cinquanta dollari al barile sono dolori per loro, molto più che per i Russi.

La terza guerra mondiale è cominciata già da un pezzo e questa è una controffensiva che farà molti danni. Speriamo che a qualcuno non saltino i nervi e non metta la mano al grilletto.  A quel punto la guerra finirebbe subito, e per sempre.

Uscire dall’euro e dall’Europa? Il ritorno dei nazionalismi

euro4Da qualche tempo le critiche all’euro sono diventate di moda, e da più parti si levano voci che reclamano un’immediata uscita dalla camicia di forza della moneta unica, con il coro di altre voci che reclamano anche l’uscita dell’Italia dalla UE. La cosa preoccupante è che si tratta per lo più di voci che provengono da ambienti che fino a qualche giorno fa difendevano a spada tratta non solo l’Unione Europea ma anche l’Euro, e che cercavano di ridicolizzare ogni tentativo di avanzare critiche serie al trattato di Maastricht ed agli accordi che l’hanno seguito. Gli stessi parlamentari che hanno votato all’umanità l’adesione al trattato di Lisbona, la costituzione dell’Eurogendfor,  e tutte le altre leggi che, come sottolinea giustamente Barnard nel suo articolo, nessuno ci ha mai chiesto di votare. D’altra parte, non sarebbe stato necessario, visto il coro unanime della politica, dei giornali, delle televisioni e persino dei sondaggi. Per la verità, il trattato di Lisbona è stato pensato e scritto in modo deliberatamente oscuro e incomprensibile, proprio per evitare che a qualcuno venisse in mente di chiedere una consultazione popolare su di esso, ma dubito francamente che se pure fosse stata organizzata, in Italia un qualsiasi referendum sull’Europa avrebbe avuto un esito diverso dal consenso pressoché cieco e unanime che è stato espresso dal Parlamento in entrambi i suoi rami. Il grafico qui a fianco esprime chiaramente questa situazione. Nel 2002 la fiducia nell’Unione Europea era ai massimi livelli. Ora la situazione è praticamente invertita, la fiducia nell’Unione ha raggiunto il livello che aveva la sfiducia dodici anni fa. In Italia c’è un problema culturale enorme, la gente non sa, non capisce, non si informa, non legge, non discute se non quando è proprio costretta a farlo. E anche allora, preferisce gli slogan, le parole d’ordine semplici, le soluzioni apparenti, le prese di posizione preconcette e che fanno leva sugli impulsi deteriori e banali. La riflessione, il ragionamento, la discussione anche accesa, ma leale e franca tra posizioni contrapposte non fa parte del nostro DNA. Come ha efficacemente detto Gino Strada l’altra sera a Servizio Pubblico, discutere con certa gente è come discutere con l’aspirapolvere.

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Lettera aperta a Paolo Barnard

Leggo sul blog di Paolo Barnard queste “considerazioni” a proposito di Warren Mosler e, incidentalmente, dei texani che ne hanno sostenuto in un primo tempo le teorie e dei gruppi MMT e poi MEMMT che lui stesso ha creato. Sulla MMT, o meglio sulle teorie di Mosler ho già scritto le mie considerazioni in questo articolo dell’anno scorso. Sulla scoperta dei texani e dello strumento unico della Rivoluzione ho scritto tre anni fa in quest’altro articolo. Questo primo articolo era parecchio polemico, contrariamente alle mie abitudini, ma credo fosse inevitabile. In un certo senso anticipava quello che è successo. Ora che Paolo Barnard è rimasto da solo, tradito sia dai cow boys texani che dal trader Warren Mosler, abbandonati dagli stessi gruppi MMT che aveva creato in tutta Italia e infine buttato fuori dalla Gabbia di Paragone, per la stessa ragione di fondo, ovvero che il potere e i suoi uomini fanno sempre schifo, dovunque li metti, mi sembra giusto scrivergli. Forse, con la testa sgombra dalle lucciole della MMT sarà in condizioni di ragionare.

Caro Paolo, mi dispiace. Anche se in qualche modo te l’avevo detto, comunque mi dispiace. Non me ne frega niente degli insulti che hai elargito a me (a quanto mi hanno riferito) ed a tutti quelli che in Italia, fuori dal pensiero mainstream, hanno cercato di dare un senso alla critica al sistema finanziario ed economico. Spesso scrivendo sciocchezze o banalità, ma almeno ci hanno provato in buona fede e non meritavano di essere buttati tutti nel cesso come hai fatto. Non c’era bisogno di andare in Texas per scoprire comunismo sovietico, bastava farne oggetto di una riflessione meno viscerale e più razionale.

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Lettera aperta a Andrea Fumagalli (A proposito di Reddito di Cittadinanza e di Moneta del Comune)

Caro Andrea,

Ho letto con grande interesse il tuo articolo su I Quaderni di San Precario, a proposito di monete digitali e circuiti finanziari alternativi e ne sono felice. Anche per la curiosa coincidenza che la pubblicazione ha coinciso con il mio compleanno, e quindi l’ho preso per un bel regalo, anche se ovviamente non potevi saperlo. E per il fatto che da oltre quindici anni scrivo di questi argomenti, proprio nei termini in cui li hai trattati nel tuo articolo, cercando appunto una chiave di lettura alternativa su un tema fondamentale ma assolutamente negletto come la logica del potere finanziario e la strada da percorrere per sconfiggerlo.  Condivido in pieno la tua critica al Bitcoin, è la stessa che gli ho mosso quando ho capito che si trattava davvero di sussunzione alle logiche del potere finanziario, come accade a tutte le monete scarse. Dobbiamo quindi pensare a una moneta che non sia scarsa, e questa può essere solo un denaro a tasso negativo, come hai giustamente esposto.

Ricordo le tue tesi sul Reddito di Cittadinanza, certamente condivisibili nella sostanza, poiché avevi perfettamente compreso la natura rivoluzionaria dell’introduzione del RdC in un ambiente dominato dal pensiero unico neo liberista che, con la liberalizzazione della circolazione dei capitali finanziari, aveva svuotato di contenuto le tradizionali forme di potere nazionali.

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Critica della Modern Monetary Theory

 

Ho già scritto un paio di anni fa su questo argomento prendendo spunto dalla pubblicazione dell’opuscolo di Paolo Barnard sulla teoria che egli propugna in Italia. In quell’articolo c’erano diversi cenni di critica verso la teoria per quello che se ne capiva dagli scritti di Barnard. Mi riservavo di scrivere un articolo completo appena possibile, ed ora credo sia arrivato il momento di farlo.

 

La MMT è una teoria sostanzialmente “cartalista”. Sostiene, invero, che la moneta acquisti valore perché emessa dallo Stato e non per il suo valore intrinseco, come per la moneta metallica o per le riserve a fronte delle quali sono emesse le banconote. I principali sostenitori della teoria fanno capo all’università del Missouri Kansas City e sono Randall Wray, Stephanie Kelton, William Black, Michael Hudson oltre a Warren Mosler, fondatore del Centro per la Piena Occupazione e la Stabilità del Prezzi presso la stessa Università che ne è il principale ideatore.

Il fondamento della teoria è che lo Stato può emettere tutta la moneta necessaria per raggiungere la piena occupazione e per la spesa pubblica. Uno Stato sovrano non può fallire, appunto perché può sempre pagare i titoli di debito che ha emesso. Non ci sono quindi limiti razionali al deficit né al debito che, in un’organizzazione del genere, si risolve in un mero artificio contabile. La tassazione non ha lo scopo di generare le risorse per la spesa pubblica, ma di controllare la quantità di moneta emessa: lo Stato aumenta le tasse se l’economia si espande troppo e le abbassa quando l’economia ristagna. Com’è dimostrato dal Giappone, il livello del debito non rappresenta un problema, anzi esso rappresenta la ricchezza dei cittadini quando, come in Giappone, è detenuto in gran parte dagli stessi cittadini.

Il programma di piena occupazione viene perseguito dallo Stato generando attività lavorative per tutte le categorie di persone che non trovano o hanno perduto l’occupazione nel settore privato. In questo modo, il livello dei salari, che deve essere sufficiente per garantire una vita dignitosa al lavoratore ed alla sua famiglia, determina un minimo anche nel settore privato, poiché nessuno lavorerebbe nell’industria privata per un salario inferiore a quello garantito dallo Stato. Il denaro entra in circuito prevalentemente perché creato dallo Stato, tuttavia questo non comporta l’eliminazione del denaro di debito della M2 poiché le banche continueranno a svolgere le loro funzioni anche se i privati avranno meno interesse a rivolgersi al mercato privato. L’emissione di titolo del debito pubblico, che sarà ridenominato debito di Stato, sarà facoltativa, visto che lo Stato può creare tutta la moneta che vuole.

 Questo il sistema nelle sue linee generali. La prima critica che viene mossa a questo sistema è che esso genererebbe una crescente inflazione, ma gli MMT replicano dicendo che la moneta creata dallo Stato per alimentare spesa pubblica e occupazione non può generare inflazione ma ricchezza, poiché si tratta di spese produttive.

Su questo punto ho molti dubbi.

  1. Non è affatto vero che la spesa pubblica sia sempre produttiva, anzi è spesso verificato il contrario. Nella storia, la spesa pubblica effettuata dagli Stati comunisti dell’URSS e paesi satelliti ha generato grandi benefici quando è stata indirizzata verso investimenti produttivi o settori di cui era nota la redditività ed il ritorno in termini di beni, ma ha causato sfracelli nel conti pubblici e nell’economia privata quando la spesa è stata indirizzata verso investimenti scelti secondo una logica politica. Michele Boldrin, che insegna economia alla Washington University di Saint Louis, sostiene che non c’era bisogno di inventare la MMT, bastava prendere il socialismo che esiste da secoli per avere gli stessi effetti.

  1. La MMT presuppone un forte dirigismo centralista dello Stato. Questi emette la moneta, la introduce nel sistema finanziando investimenti produttivi e garantendo la Piena Occupazione. Ciò comporta una enorme burocrazia che si occupi sia di ideare e realizzare gli investimenti produttivi, sia di creare i posti di lavoro per garantire la Piena Occupazione. Con la conseguenza che i criteri per queste due attività, che occuperebbero parte consistente del PIL, avrebbero due possibili indirizzi strategici, o quello politico, o quello burocratico, come è amaramente accaduto proprio nei paesi di socialismo reale.

 Entrambe queste opzioni sono deleterie.

    1. Per l’indirizzo politico basti ricordare che in tutto il mondo il “divorzio” tra Tesoro e Banca Centrale, ovvero l’autonomia di questa nelle decisioni di politica finanziaria, fu dovuto alla insostenibilità delle pressioni delle lobbies politiche sui conti pubblici ed alla necessità di avere una gestione tecnica della politica monetaria. Che poi questa separazione abbia creato altri problemi, è un’altra questione, ma è falso che la sottomissione delle politiche monetarie alle decisioni del Governo sia la panacea di tutti i mali, anzi.

    2. Per l’indirizzo burocratico, ricordo quello che John K. Galbraith racconta in “Money” a proposito del successo dell’economia dell’URSS. Dopo il primo piano quinquennale che effettivamente ebbe un grande successo, i burocrati si trovarono di fronte al compito i fare il secondo piano, e per non sbagliare, visto che gli errori si pagavano con la vita o con l’esilio in Siberia, molti decisero di fare esattamente le stesse cose che avevano avuto tanto successo con il primo piano quinquennale, con conseguenze ovviamente disastrose.

  1. Siamo d’accordo sul fatto che la moneta debba essere emessa per finanziare investimenti produttivi, e questo è un punto essenziale del progetto Faz, ma il punto nodale è che la decisione sugli investimenti deve essere degli imprenditori e non dello Stato, e che il ruolo di questo è limitato alla spesa pubblica in quanto necessaria, e in misura proporzionale agli investimenti nel loro complesso, e non ad libitum. Il meccanismo di finanziamento degli investimenti deve essere il più possibile automatico: le imprese ricevono i finanziamenti che chiedono in base al merito creditizio ed alla capacità di restituzione, e non in base alle decisioni della burocrazia o della politica, che comportano spesso corruzione o favoritismi clientelari. La valutazione della redditività della spesa pubblica deve essere fatta a posteriori, in base al moltiplicatore keynesiano, ed in funzione del tempo occorrente perché questa spesa dispieghi i suoi effetti nell’economia. In questo senso, gli effetti della spesa pubblica produttiva, sono in genere molto più lenti di quella privata ed hanno un tempo di obsolescenza più lungo. Di questo si dovrà tenere conto nello stabilire il tasso negativo per quelle emissioni, che concorrerà a formare il tasso medio che sarà determinato dall’autorità monetaria in un range costituito dalla media di tutti gli investimenti effettuati. Nel progetto Faz, l’autorità monetaria determina sia il livello del Reddito di Cittadinanza, sia il livello del tasso negativo nell’ambito dei dati in suo possesso, e lascia la decisione di collocarsi all’interno del range possibile che ne deriva alla politica. In altri termini, un rallentamento dell’economia può essere combattuto ponendo il tasso negativo al massimo del range possibile ed incrementando il RdC egualmente al massimo possibile, mentre un surriscaldamento dell’economia si può contrastare con manovre in senso opposto.

  1. Il Reddito di Cittadinanza ha lo stesso effetto, per i redditi e per i minimi salariali, della Piena Occupazione ma senza i costi di questa e lasciando i cittadini liberi di scegliere la propria occupazione con cui incrementare il proprio reddito e, soprattutto, esprimere la propria creatività. Questa è l’unica garanzia di crescita culturale e spirituale di un popolo che necessariamente porta con sé una crescita ed una maturazione anche sul piano economico. Il meccanismo della Piena Occupazione sembra inevitabilmente destinato a garantire la sottooccupazione a costi molto elevati, problema cronico di tutte le economie di socialismo reale. I tempi di reazione della burocrazia rispetto alle esigenze del mercato sono necessariamente molto più lenti ed il rischio permanente è che la formazione sia sempre inadeguata rispetto alle esigenze, con tutti i problemi che questo comporta.

  1. Il punto nodale è che le decisioni sulle scelte economiche e sulla migliore allocazione delle risorse devono venire dal basso, e non essere imposte dall’alto. Questa è una delle poche lezioni chiare della storia e del capitalismo che ha mostrato la maggiore efficienza proprio in mercati concorrenziali, mentre la presenza di mon8opoli o oligopoli ne ha sempre ridotto l’efficienza. Un ruolo importante dello Stato sarà quindi quello di regolare la concorrenza evitando l’instaurazione di monopoli e di oligopoli colpendo con imposte progressive gli accumuli di materie prime o di beni essenziali (quali la casa, i terreni, le tecnologie, le scoperte scientifiche, eccetera). Questo serve anche ad evitare che il tasso negativo possa essere vanificato dall’uso di altri beni come moneta, anche se questo problema, di un certo rilievo all’epoca in cui Keynes scrisse la critica alla proposta di Gesell, oggi è limitato a un certo livello di transazioni, ma non ha alcuna influenza rispetto alla vita quotidiana.

  1. Un ulteriore rilevo critico è dato dal fatto che il debito non è affatto neutro rispetto alla distribuzione della ricchezza, anzi esso è l’elemento essenziale perché questa con il tempo diventi fortemente squilibrata. Il debito, infatti, comporta il pagamento di interessi ed i tassi sono facilmente manovrabili da parte di chi crea moneta sotto forma di debito e dal parte della speculazione finanziaria, nella misura in cui può incidere sulla quotazione dei titoli di debito. Il pagamento degli interessi sul debito aggregato, di cui la MMT non pare preoccuparsi più di tanto, è lo strumento attraverso il quale opera il trasferimento di ricchezza dall’economia reale alla rendita. È proprio la rendita finanziaria il problema, e il tasso negativo risolve alla radice questo problema.

  2. Un punto nodale che la MMT trascura del tutto è una delle ragioni principali per cui le economie occidentali sono in crisi e con esse, tutte le economie del mondo. Il problema, noto ormai da oltre settant’anni, è la cosiddetta trappola della liquidità. Se la moneta può essere accumulata come una merce qualsiasi, essa lo sarà certamente in tempi di crisi, finché gli operatori e i risparmiatori non riacquistano fiducia nella ripresa economica e non decidono di spendere i capitali accumulati. Finché rimane fermo nelle banche, nei paradisi fiscali, dentro i materassi, il denaro non vale niente per l’economia, perché non gira e non produce alcun effetto. Il problema si pone quando, riacquistata la fiducia ed a seguito delle politiche della Banca Centrale (tipo il QE operato dalla FED) o dallo Stato MMT, con un allentamento del prelievo fiscale ed un deficit spending positivo, una enorme massa di moneta accumulata ed inutilizzata arriva all’improvviso sul mercato generando inflazione. I meccanismi di stabilizzazione della MMT consistono nel prelievo fiscale e nel rastrellamento di liquidità tramite l’emissione di Titoli di Stato con un interesse superiore alla redditività prevista negli investimenti, ma a parte il fatto che queste due misure appaiono comunque insufficienti, il loro effetto sarà quello di aumentar le diseguaglianze sociali invece di ridurle. L’unico modo per impedire gli effetti indesiderati della trappola della liquidità è di togliere al denaro in sé la funzione i riserva di valore e questo è possibile solo per mezzo del tasso negativo. In un ambiente a tasso negativo le oscillazioni della velocità di circolazione sono certamente molto inferiori a quelle cui siamo abituati in un sistema monetario in cui il denaro svolge la funzione di riserva di valore.

– Segue –