Seminario sulla FAZ a San Marino

foto san marinoIl nove gennaio scorso sono stato invitato dal Movimento Rete di San Marino a tenere un seminario sulla Faz. Questo è il video dell’evento. Il seminario è durato quasi otto ore, comprese un paio di pause, ed ho affrontato in modo abbastanza approfondito sia gli aspetti teorici che quelli pratici del progetto Faz.  È stato molto intenso e coinvolgente e spero che ne possa derivare un’esperienza concreta per l’attuazione dei principi della faz.

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La generazione perduta

DisoccupazioneIl Fondo Monetario Internazionale lancia l’allarme per l’Italia. Ci vorranno vent’anni per far tornare l’occupazione ai livelli prima della crisi. Lo stesso tempo previsto per il Portogallo, mentre la Spagna, sempre secondo il FMI, impiegherà solo dieci anni. Insomma, prospettive cupe per la gente ed il loro  futuro. Ovviamente si parla di occupazione degli adulti, poiché la disoccupazione giovanile continuerà a battere record su record, al punto che si parla di una generazione perduta. Direi che sono due generazioni che hanno perduto la speranza e l’entusiasmo, visto che la crisi finanziaria è iniziata dieci anni fa ma che la crisi  dell’occupazione e dell’economia è divenuta significativa sin dai primi anni novanta del secolo scorso. Ovviamente, tale recupero dei livelli occupazionali sarà possibile solo in presenza di “una significativa accelerazione della crescita“, ovvero dell’araba fenice date le condizioni attuali dell’economia e le prospettive nere del futuro.

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Il mistero dei tassi negativi, le paure dei capitalisti e la Faz

andamento-tassi-bce-fedI tassi di interesse sotto zero, nonostante sia iniziato il QE della BCE stanno creando non pochi problemi agli economisti. È una situazione del tutto nuova e si sta entrando in un campo inesplorato pieno di insidie e trabocchetti. Alessandro Plateroti, sul Sole 24 Ore, riassume così lo stato d’animo degli economisti  degli operatori finanziari: “Per gli economisti della scuola classica, il fenomeno è scioccante: non solo è definitivamente tramontato il cosiddetto «LZB», o Level zero boundary, il livello di supporto dei tassi che si pensava non sarebbe mai stato raggiunto e infranto, ma si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche.” E se qualche bello spirito, come Ambrose Evans Pritchard, noto commentatore economico inglese, si spinge fino a paragonare questa situazione alla rarefazione dell’argento nel 1400, con la grave crisi che ne derivò per effetto della rarefazione della moneta (dimostrando per inciso di aver capito ben poco della situazione attuale, Martin Wolf sul Financial Times, (ripreso dal Sole 24 Ore) arriva a preconizzare l’era della grande stagnazione e che il capitalismo non riprenderà mai più a brillare dopo questa crisi.

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Potere, monete, crisi, le alternative all’euro, i Ccf, i G-euro e la Faz

Copertina del n° 4/2012 della Rivista Antarés

Copertina del n° 4/2012 della Rivista Antarés

La situazione della Grecia è arrivata probabilmente ad un punto di non ritorno e ormai anche i mercati scommettono sul Grexit. Ne ho scritto tre anni fa sulla crisi della Grecia ed alla fine i nodi sono arrivati al pettine. Certo che se fossero usciti tre anni fa dall’euro la situazione sarebbe stata completamente diversa, ma certi calici, evidentemente, devono essere bevuti fino in fondo. L’ottusità dei liberal al governo dell’Europa Unita impedisce di trovare alternative ad una situazione che per il paese ellenico è oggettivamente insostenibile dal punto di vista sociale e politico. D’altra parte se il paese ha dato fiducia a Syriza su un programma di rilancio dell’economia e di allentamento della austerity era chiaro che difficilmente si sarebbe potuto proseguire sulla stessa strada di prima. Chiaro a tutti tranne che agli gnomi della ex Troika che con disastrosa coerenza stanno portando la Grecia verso l’uscita dall’euro  con tutte le conseguenze che questo comporta. Restarci sarebbe a questo punto persino peggio, quindi meglio mettesi l’elmetto e provare altre strade. Una di queste strade è l’emissione immediata di una moneta alternativa che potrebbe fungere da moneta interna e favorire una ripresa dei consumi ed il rilancio dell’economia e che potrebbe procrastinare l’uscita dall’euro o quanto meno ritardarne la decisione. Perché una cosa è uscire dall’euro senza il becco di un quattrino in cassa, altra è uscirne con una struttura finanziaria alternativa che quanto meno comincia già a funzionare. La proposta di Ccf per la Grecia, ma anche per l’Italia, è una proposta sensata. Continue reading →

FAZ, Financial Autonomous Zone: A Post-Scarcity Economic Model

fazIntroduction

In light of, and as a remedy to, the notorious, deep, and chronic damages (wage slavery, unemployment, de-industrialization, social injustice, misery, obscenely unequal wealth distribution, spiritual retrogression, etc.) inflicted to society by the present system of money management, we have devised what we believe is an alternative, and wholesome, model of wealth creation and distribution, whose performance hinges on a very particular conception and treatment of the means of payment.

In this last regard, the idea is to devise a monetary medium, whose nature and life-cycle is radically different from the traditional one —different, that is, from what is known as “loan-money,” which is put into circulation through banking debt.

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Sul Reddito di Cittadinanza, un nuovo patto sociale e la Faz

cropped-cropped-cropped-faz1551.pngC’è una grande confusione sotto il cielo a proposito del Reddito di Cittadinanza. Secondo Confucio sarebbe un indice molto positivo, poiché più confusione c’è e più si parla dell’argomento e questo entra nella coscienza della gente. Bisogna essere molto ottimisti, e continuare a fare chiarezza. L’argomento è decisivo, soprattutto in un momento come questo nel quale in tutto il mondo i rumori della guerra sovrastano le voci della ragione.  È comprensibile, il sistema economico non riesce a risolvere nessun problema e nelle società emergono tensioni sempre più forti verso la rottura del patto sociale. La guerra è la risposta tradizionale alle tensioni, brucia le energie, genera nuovi guadagni, toglie di mezzo coloro che vogliono cambiare il sistema, semplifica la lotta sociale. Tuttavia dobbiamo provare ad immaginare e realizzare un mondo diverso, soprattutto ora che queste idee, anche nella confusione generale, hanno cominciato a camminare nelle coscienze con grande velocità.

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Che succede al prezzo del petrolio?

Molti amici ed estimatori mi hanno chiesto delucidazioni sulla improvvisa caduta verticale del prezzo del petrolio e sulle sue origini. Ringrazio tutti per la fiducia, ma francamente non posso fare molto di più che formulare delle ipotesi, probabilmente vaghe e forse vere solo in parte. Per le previsioni, poi, non ne parliamo nemmeno, osservatori ed analisti potenti ed accreditati e sbagliano regolarmente, nonostante dispongano di mezzi di analisi e di strumenti di calcolo decisamente potenti ed affidabili. Proviamo a ragionare.

La prima idea che viene in mente, e che peraltro è stata sostenuta ed è tuttora sostenuta da diversi osservatori, è che la caduta del prezzo del petrolio è una manovra voluta dagli americani per mettere in ginocchio la Russia e far precipitare il consenso e il potere di Putin e del suo gruppo. A mio avviso, però, questa è un’idea sbagliata, o meglio, in buona parte sbagliata. Intanto la caduta verticale del prezzo del petrolio è certamente riconducibile alla decisione dell’Opec di non tagliare la produzione, seppure in presenza di una domanda mondiale debole  e con prospettive persino di riduzione. L’Opec, com’è noto, è politicamente condotto dall’Arabia Saudita che, dall’alto dei suoi dieci milioni di barili al giorno di produzione ne determina di fatto le scelte. Orbene, i Sauditi hanno deciso di non tagliare la loro produzione, l’Opec si è adeguato e a quanto pare nessuno ha avuto niente da ridire sul punto (e questo sembra alquanto strano: i Sauditi con i loro 900 miliardi di dollari di riserve e con costi di estrazione a 5/6 dollari al barile, possono reggere anche i 10 dollari di prezzo di vendita, ma si pensava che l’Iran o il Venezuela o anche la Nigeria, paesi che hanno programmi di investimenti e di sostegno di servizi che si fondano su un prezzo alto del petrolio, si opponessero strenuamente, e invece tutti  zitti e mosca, con la m minuscola perché le riunioni si tengono a Vienna).

Insomma, la decisione è stata presa dai Sauditi e tutti gli altri paesi non si sono opposti più di tanto. Si dirà che i Sauditi sono alleati degli americani e questo rafforzerebbe la tesi dell’attacco economico alla Russia di Putin, ma questo sembra essere uno specchietto per le allodole e che la realtà sia completamente diversa. È ben vero che i Sauditi saranno stati ben contenti di dare un brutto colpo agli Iraniani, che notoriamente non amano per via delle divergenze sulla leadership nell’area del medio oriente, ma questi, e lo sono tenuto a denti stretti e non hanno fiatato, quando in altre circostanze hanno espresso chiaramente e clamorosamente la loro opposizione a decisioni a loro sgradite. Insomma, questa decisione era sgradita, tuttavia a quanto pare, era necessaria, altrimenti l’Iran non sarebbe stato zitto.

Ma torniamo alla Russia, ed alle ragioni per cui non credo affatto che la caduta del petrolio sia una manovra anti-Putin ordita dagli americani e dai loro alleati. La vendita del petrolio  è molto importante per la Russia e per le sue riserve, ma lo è molto meno di quanto non fosse dopo la caduta dell’URSS, e al tempo della crisi del 1998 che portò all’allontanamento dei Eltsin dalla vita politica ed all’ascesa di Putin nel 1999. Allora, grazie alle politiche di austerity volute dal governo Eltsin e dai suoi economisti liberal, il paese fu costretto a dichiarare default sul debito pubblico, ma oggi le riserve della Banca Centrale Russa sono di circa 500 miliardi di dollari, fatto che mette il paese al riparo da qualsiasi ipotesi di default. Inoltre, il petrolio incide sul Pil russo per l’11,1% ed una caduta del prezzo in dollari non comporta automaticamente una riduzione del Pil, considerando che questo viene calcolato in rubli ed il rublo è stato prontamente svalutato dalla Banca Centrale che ha assecondato le decisioni del mercato. Questo ha scommesso sulla debolezza del rublo per via del fatto che l’apparato burocratico russo è finanziato per il 40% dai proventi della vendita del petrolio. Tuttavia, dal punto di vista interno, la svalutazione del rublo a perfettamente compensato questa perdita: mentre il petrolio perdeva il 50% del suo prezzo, scendendo da 115 dollari a 55, il rublo faceva altrettanto passando da 40 rubli per dollaro a oltre ottanta.  In termini numerici questo non ha creato alcun problema ai dipendenti russi. Certo, per essi sarà impossibile quest’anno andare a passare le vacanze sulle Montagne Rocciose, ma quanti di loro erano in grado di permetterselo prima della caduta del prezzo del petrolio? Pure le vacanze in Europa hanno visto un sostanzioso calo dei turisti russi, ma questo è un problema per i paesi europei non per la Russia, dove certo non mancano strutture turistiche di livello che restano comunque abbordabili per i russi. I russi, inoltre, hanno fatto altre due mosse intelligenti per parare il colpo della caduta del prezzo del petrolio. Hanno comprato e stanno comprando tuttora oro fisico in quantità industriali, per garantirsi un margine di guadagno che compensi, anche se in parte, le perdite sul prezzo del petrolio, ed hanno attivato un accordo con la Cina per scambiare merci, e soprattutto petrolio e gas, ad un prezzo stabilito non più in dollari bensì da un accordo bilaterale di scambio tra il rublo e lo Yuan cinese. Accordi similari sono stati conclusi con gli altri paesi BRICS, e questo comporta l’abbandono di fatto del dollaro come moneta di riferimento per le transazioni commerciali a partire dal petrolio e dal gas.  Insomma, non sembra proprio che tutto questo sia stato atto per attaccare la Russia che, tra l’altro, a parte una debole protesta di Rosneft, che ha accusato i Sauditi di manovrare il prezzo del petrolio per conto terzi (indovina chi?), in realtà né il governo né gli economisti né gli altri produttori hanno detto nulla su questa situazione. Ne hanno preso atto ed hanno adottato le loro contromisure.

E allora? Il problema è meno politico e più economico di quanto non si pensi. E il nome del problema è “fracking”, ovvero quella tecnica che la Shell ha scoperto una decina di anni fa che ha reso possibile l’estrazione di petrolio e gas di scisto, ovvero proveniente dalla frantumazione delle rocce. Negli ultimi anni, grazie agli elevati prezzi del barile di petrolio, gli investimenti americani in questo settore si sono moltiplicati, raggiungendo i duemila miliardi di dollari, dei quali 900 sono esposizioni delle banche americane nei confronti degli investitori. Grazie a questo petrolio gli Usa sono diventati completamente autosufficienti e recentemente Obama ha rimosso il divieto di esportazione del petrolio per le imprese americane che lo producono sul territorio, divieto che era dettato da comprensibili ragioni di ordine strategico e militare. Visto che le riserve di questo petrolio sono nell’ordine delle centinaia di miliardi di barili, pari almeno a quelle del petrolio estratto con metodi tradizionali, le compagnie americane si sono buttate sull’affare attirando grandi capitali.  L’effetto è stato che negli ultimi dieci anni, cento superpetroliere al giorno hanno smesso di dirigersi dai paesi arabi agli Usa, e il principale referente commerciale degli arabi è divenuta la Cina che produce petrolio in quantità decisamente inferiore a quello che consuma. Semmai il lusso si invertirà a breve, e le superpetroliere torneranno a solcare l’oceano per portare il petrolio americano in Europa, anche nell’ambito degli accordi TTIP.  Persino in Italia l’anno scorso il 3,1% delle importazioni di petrolio sono venute dal Canada, che sta sfruttando i numerosi e ricchi giacimenti di sabbie bituminose. Tuttavia le tecniche estrattive sono costose e rendono se il prezzo è superiore ai 70 dollari al barile, altrimenti i costi sono superiori alle entrate.  E proprio questo è il punto fondamentale. Sia da un punto di vista economico, soprattutto per l’Arabia Saudita, che da un punto di vista politico, soprattutto per la Russia, ma per esse valgono entrambe le prospettive, l’indipendenza energetica degli Usa e la prospettiva che questi possano rifornire l’Europa sia di petrolio che di gas, tagliando fuori le forniture russe  e quelle mediorientali, sono assolutamente da combattere. La Russia si troverebbe a perdere il suo principale cliente, l’Europa sia per il petrolio che per il gas, ma soprattutto perderebbe per un tempo indefinito, la possibilità di una collaborazione stretta con le economie europee fondata proprio sulla vendita di energia.  L’Arabia Saudita perderebbe il suo ruolo centrale nelle politiche in medio oriente che è legato soprattutto alle enormi riserve di petrolio nel suo sottosuolo ed alla sua capacità produttiva attuale.

Insomma, se pensiamo che la caduta del prezzo del petrolio e le conseguenti difficoltà per l’industria estrattiva  americana, sono una risposta alla guerra in Ucraina, è possibile che ci abbiamo azzeccato. Se le estrazioni di shale oil & gas vanno in crisi, l’Europa sarà costretta a negoziare il ritiro delle sanzioni con la Russia ed a riprendere i programmi di costruzione degli oleodotti e gasdotti recentemente bloccati dalla guerra, checché ne dica lo zio Sam. Oltretutto c’è all’orizzonte un nuvolone nero di una prossima crisi finanziaria che potrebbe essere innescata proprio dal default dell’industria estrattiva Usa e dalla sua incapacità di fare fronte ai 900 miliardi di investimenti bancari. Già era nell’aria una nuova crisi finanziaria, e una botta così sul mercato dei derivati, considerando che la maggior parte di questi investimenti sono garantiti da collaterali sparsi in tutto il mondo, la potrebbe far precipitare velocemente.

Mettiamola così. Gli arabi hanno fatto balenare agli americani la possibilità di usare l’arma del prezzo del petrolio contro la Russia, e così hanno avuto il loro assenso, e allo stesso tempo, hanno concordato con la Russia di far cadere il prezzo e non tagliare la produzione per fare fuori l’industria da scisto e da sabbie bituminose americana. Gli americani hanno aderito entusiasticamente all’idea di menare schiaffi all’ex amico Putin ma forse ora si rendono conto che non era proprio una bella idea.  Che gli arabi giochino su più tavoli è un dato, hanno sempre fatto così. E pure i Russi sanno giocare a scacchi meglio degli americani, tranne che durante il breve regno della buonanima di Fischer, l’eccezione che conferma la regola.  La cosa divertente è che non possono nemmeno dire niente ai loro alleati e amici arabi, e con il petrolio sotto i cinquanta dollari al barile sono dolori per loro, molto più che per i Russi.

La terza guerra mondiale è cominciata già da un pezzo e questa è una controffensiva che farà molti danni. Speriamo che a qualcuno non saltino i nervi e non metta la mano al grilletto.  A quel punto la guerra finirebbe subito, e per sempre.