Sull’inutile pericolosità dell’idea di proprietà popolare della moneta. Note a margine del concetto di scarsità del capitale

cropped-cropped-cropped-faz1551.pngUn tormentone che ci perseguita da tempo è l’idea della proprietà popolare della moneta. Su questo argomento ho già scritto diverse note critiche, soprattutto riflettendo sul pensiero di Auriti, ma credo che sia necessario affrontare la questione in modo diretto così da farsi capire per bene.

Dunque, io propugno la proprietà popolare del metro!  Al momento della misurazione il metro deve essere di proprietà del popolo, affinché le misure siano egualmente distribuite. Basta con l’uso pressoché esclusivo di geometri e ingegneri e pure dei fisici che hanno ridotto il metro a dimensioni infinitesimali e se ne sono appropriati ab origine. Basta con la dittatura del Bureau International des Poids et Mesures, assaltiamo il Pavillon de Breteuil di Sèvres e liberiamo il metro dalla schiavitù degli oligarchi che se ne sono impadroniti! Il metro deve essere di tutti, così che finalmente si possa ottenere la giustizia sociale!

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Che succede al prezzo del petrolio?

Molti amici ed estimatori mi hanno chiesto delucidazioni sulla improvvisa caduta verticale del prezzo del petrolio e sulle sue origini. Ringrazio tutti per la fiducia, ma francamente non posso fare molto di più che formulare delle ipotesi, probabilmente vaghe e forse vere solo in parte. Per le previsioni, poi, non ne parliamo nemmeno, osservatori ed analisti potenti ed accreditati e sbagliano regolarmente, nonostante dispongano di mezzi di analisi e di strumenti di calcolo decisamente potenti ed affidabili. Proviamo a ragionare.

La prima idea che viene in mente, e che peraltro è stata sostenuta ed è tuttora sostenuta da diversi osservatori, è che la caduta del prezzo del petrolio è una manovra voluta dagli americani per mettere in ginocchio la Russia e far precipitare il consenso e il potere di Putin e del suo gruppo. A mio avviso, però, questa è un’idea sbagliata, o meglio, in buona parte sbagliata. Intanto la caduta verticale del prezzo del petrolio è certamente riconducibile alla decisione dell’Opec di non tagliare la produzione, seppure in presenza di una domanda mondiale debole  e con prospettive persino di riduzione. L’Opec, com’è noto, è politicamente condotto dall’Arabia Saudita che, dall’alto dei suoi dieci milioni di barili al giorno di produzione ne determina di fatto le scelte. Orbene, i Sauditi hanno deciso di non tagliare la loro produzione, l’Opec si è adeguato e a quanto pare nessuno ha avuto niente da ridire sul punto (e questo sembra alquanto strano: i Sauditi con i loro 900 miliardi di dollari di riserve e con costi di estrazione a 5/6 dollari al barile, possono reggere anche i 10 dollari di prezzo di vendita, ma si pensava che l’Iran o il Venezuela o anche la Nigeria, paesi che hanno programmi di investimenti e di sostegno di servizi che si fondano su un prezzo alto del petrolio, si opponessero strenuamente, e invece tutti  zitti e mosca, con la m minuscola perché le riunioni si tengono a Vienna).

Insomma, la decisione è stata presa dai Sauditi e tutti gli altri paesi non si sono opposti più di tanto. Si dirà che i Sauditi sono alleati degli americani e questo rafforzerebbe la tesi dell’attacco economico alla Russia di Putin, ma questo sembra essere uno specchietto per le allodole e che la realtà sia completamente diversa. È ben vero che i Sauditi saranno stati ben contenti di dare un brutto colpo agli Iraniani, che notoriamente non amano per via delle divergenze sulla leadership nell’area del medio oriente, ma questi, e lo sono tenuto a denti stretti e non hanno fiatato, quando in altre circostanze hanno espresso chiaramente e clamorosamente la loro opposizione a decisioni a loro sgradite. Insomma, questa decisione era sgradita, tuttavia a quanto pare, era necessaria, altrimenti l’Iran non sarebbe stato zitto.

Ma torniamo alla Russia, ed alle ragioni per cui non credo affatto che la caduta del petrolio sia una manovra anti-Putin ordita dagli americani e dai loro alleati. La vendita del petrolio  è molto importante per la Russia e per le sue riserve, ma lo è molto meno di quanto non fosse dopo la caduta dell’URSS, e al tempo della crisi del 1998 che portò all’allontanamento dei Eltsin dalla vita politica ed all’ascesa di Putin nel 1999. Allora, grazie alle politiche di austerity volute dal governo Eltsin e dai suoi economisti liberal, il paese fu costretto a dichiarare default sul debito pubblico, ma oggi le riserve della Banca Centrale Russa sono di circa 500 miliardi di dollari, fatto che mette il paese al riparo da qualsiasi ipotesi di default. Inoltre, il petrolio incide sul Pil russo per l’11,1% ed una caduta del prezzo in dollari non comporta automaticamente una riduzione del Pil, considerando che questo viene calcolato in rubli ed il rublo è stato prontamente svalutato dalla Banca Centrale che ha assecondato le decisioni del mercato. Questo ha scommesso sulla debolezza del rublo per via del fatto che l’apparato burocratico russo è finanziato per il 40% dai proventi della vendita del petrolio. Tuttavia, dal punto di vista interno, la svalutazione del rublo a perfettamente compensato questa perdita: mentre il petrolio perdeva il 50% del suo prezzo, scendendo da 115 dollari a 55, il rublo faceva altrettanto passando da 40 rubli per dollaro a oltre ottanta.  In termini numerici questo non ha creato alcun problema ai dipendenti russi. Certo, per essi sarà impossibile quest’anno andare a passare le vacanze sulle Montagne Rocciose, ma quanti di loro erano in grado di permetterselo prima della caduta del prezzo del petrolio? Pure le vacanze in Europa hanno visto un sostanzioso calo dei turisti russi, ma questo è un problema per i paesi europei non per la Russia, dove certo non mancano strutture turistiche di livello che restano comunque abbordabili per i russi. I russi, inoltre, hanno fatto altre due mosse intelligenti per parare il colpo della caduta del prezzo del petrolio. Hanno comprato e stanno comprando tuttora oro fisico in quantità industriali, per garantirsi un margine di guadagno che compensi, anche se in parte, le perdite sul prezzo del petrolio, ed hanno attivato un accordo con la Cina per scambiare merci, e soprattutto petrolio e gas, ad un prezzo stabilito non più in dollari bensì da un accordo bilaterale di scambio tra il rublo e lo Yuan cinese. Accordi similari sono stati conclusi con gli altri paesi BRICS, e questo comporta l’abbandono di fatto del dollaro come moneta di riferimento per le transazioni commerciali a partire dal petrolio e dal gas.  Insomma, non sembra proprio che tutto questo sia stato atto per attaccare la Russia che, tra l’altro, a parte una debole protesta di Rosneft, che ha accusato i Sauditi di manovrare il prezzo del petrolio per conto terzi (indovina chi?), in realtà né il governo né gli economisti né gli altri produttori hanno detto nulla su questa situazione. Ne hanno preso atto ed hanno adottato le loro contromisure.

E allora? Il problema è meno politico e più economico di quanto non si pensi. E il nome del problema è “fracking”, ovvero quella tecnica che la Shell ha scoperto una decina di anni fa che ha reso possibile l’estrazione di petrolio e gas di scisto, ovvero proveniente dalla frantumazione delle rocce. Negli ultimi anni, grazie agli elevati prezzi del barile di petrolio, gli investimenti americani in questo settore si sono moltiplicati, raggiungendo i duemila miliardi di dollari, dei quali 900 sono esposizioni delle banche americane nei confronti degli investitori. Grazie a questo petrolio gli Usa sono diventati completamente autosufficienti e recentemente Obama ha rimosso il divieto di esportazione del petrolio per le imprese americane che lo producono sul territorio, divieto che era dettato da comprensibili ragioni di ordine strategico e militare. Visto che le riserve di questo petrolio sono nell’ordine delle centinaia di miliardi di barili, pari almeno a quelle del petrolio estratto con metodi tradizionali, le compagnie americane si sono buttate sull’affare attirando grandi capitali.  L’effetto è stato che negli ultimi dieci anni, cento superpetroliere al giorno hanno smesso di dirigersi dai paesi arabi agli Usa, e il principale referente commerciale degli arabi è divenuta la Cina che produce petrolio in quantità decisamente inferiore a quello che consuma. Semmai il lusso si invertirà a breve, e le superpetroliere torneranno a solcare l’oceano per portare il petrolio americano in Europa, anche nell’ambito degli accordi TTIP.  Persino in Italia l’anno scorso il 3,1% delle importazioni di petrolio sono venute dal Canada, che sta sfruttando i numerosi e ricchi giacimenti di sabbie bituminose. Tuttavia le tecniche estrattive sono costose e rendono se il prezzo è superiore ai 70 dollari al barile, altrimenti i costi sono superiori alle entrate.  E proprio questo è il punto fondamentale. Sia da un punto di vista economico, soprattutto per l’Arabia Saudita, che da un punto di vista politico, soprattutto per la Russia, ma per esse valgono entrambe le prospettive, l’indipendenza energetica degli Usa e la prospettiva che questi possano rifornire l’Europa sia di petrolio che di gas, tagliando fuori le forniture russe  e quelle mediorientali, sono assolutamente da combattere. La Russia si troverebbe a perdere il suo principale cliente, l’Europa sia per il petrolio che per il gas, ma soprattutto perderebbe per un tempo indefinito, la possibilità di una collaborazione stretta con le economie europee fondata proprio sulla vendita di energia.  L’Arabia Saudita perderebbe il suo ruolo centrale nelle politiche in medio oriente che è legato soprattutto alle enormi riserve di petrolio nel suo sottosuolo ed alla sua capacità produttiva attuale.

Insomma, se pensiamo che la caduta del prezzo del petrolio e le conseguenti difficoltà per l’industria estrattiva  americana, sono una risposta alla guerra in Ucraina, è possibile che ci abbiamo azzeccato. Se le estrazioni di shale oil & gas vanno in crisi, l’Europa sarà costretta a negoziare il ritiro delle sanzioni con la Russia ed a riprendere i programmi di costruzione degli oleodotti e gasdotti recentemente bloccati dalla guerra, checché ne dica lo zio Sam. Oltretutto c’è all’orizzonte un nuvolone nero di una prossima crisi finanziaria che potrebbe essere innescata proprio dal default dell’industria estrattiva Usa e dalla sua incapacità di fare fronte ai 900 miliardi di investimenti bancari. Già era nell’aria una nuova crisi finanziaria, e una botta così sul mercato dei derivati, considerando che la maggior parte di questi investimenti sono garantiti da collaterali sparsi in tutto il mondo, la potrebbe far precipitare velocemente.

Mettiamola così. Gli arabi hanno fatto balenare agli americani la possibilità di usare l’arma del prezzo del petrolio contro la Russia, e così hanno avuto il loro assenso, e allo stesso tempo, hanno concordato con la Russia di far cadere il prezzo e non tagliare la produzione per fare fuori l’industria da scisto e da sabbie bituminose americana. Gli americani hanno aderito entusiasticamente all’idea di menare schiaffi all’ex amico Putin ma forse ora si rendono conto che non era proprio una bella idea.  Che gli arabi giochino su più tavoli è un dato, hanno sempre fatto così. E pure i Russi sanno giocare a scacchi meglio degli americani, tranne che durante il breve regno della buonanima di Fischer, l’eccezione che conferma la regola.  La cosa divertente è che non possono nemmeno dire niente ai loro alleati e amici arabi, e con il petrolio sotto i cinquanta dollari al barile sono dolori per loro, molto più che per i Russi.

La terza guerra mondiale è cominciata già da un pezzo e questa è una controffensiva che farà molti danni. Speriamo che a qualcuno non saltino i nervi e non metta la mano al grilletto.  A quel punto la guerra finirebbe subito, e per sempre.

Vita e opere del signor Mercato

ciproStamattina ho aperto il giornale ed ho trovato in prima pagina un articolo che raccontava l’accorata telefonata di Draghi a Napolitano, in cui il capo della BCE pregava il Presidente della Repubblica di non dimettersi, ma di combattere fino in fondo per non lasciare il paese senza una guida. Racconta il cronista del Corriere che Draghi ha preso il telefono “quasi d’istinto” (ma che ne sa?), ed ha lanciato un accorato appello al Capo di Stato “Tutto per lui ruota attorno a un punto: bisogna evitare di rendere il Paese del tutto acefalo, con un governo dimissionario, un parlamento incapace di esprimere una maggioranza e ora anche un capo dello Stato che lascia. Gli investitori italiani ed esteri che ogni settimana finanziano il Tesoro, le banche e le aziende del Paese, non avrebbero capito: la reazione martedì, alla riapertura degli scambi, poteva essere molto pesante.”

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