Presentazione della FAZ alla Conferenza internazionale sulle monete complementari di Barcellona

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La FAZ è stata selezionata tra i progetti che verranno presentati alla IV Conferenza internazionale sulle monete sociali e complementari che si terrà a Barcellona (Spagna) dal 10 al 14 maggio 2017. Il paper (pdf) verrà presentato durante la Conferenza dal fondatore del progetto FAZ, Domenico De Simone. L’intervento si terrà alla Universitat Oberta de Catalunya il 10 maggio 2017 alle 12:00 nell’aula “Narcis Monturiol” del Parc Tecnològic Nou Barris, Marie Curie, 8-14, Barcelona.

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FAZCOIN, una criptomoneta per la FAZ

Con la nascita del Bitcoin, la prima moneta elettronica crittografica peer-to-peer sviluppata come software libero, cambia radicalmente lo scenario monetario. A partire dai principi tecnici che regolano il funzionamento del Bitcoin, la blockchain, ci piacerebbe  realizzare una moneta che incorpori i principi di teoria economica della FAZ, il FAZCOIN.

Il Bitcoin infatti è la prima moneta totalmente autonoma la cui emissione è decentralizzata (p2p) in modo simile a quella di programmi per lo scambio dei file, senza intervento di un sistema bancario mainstream. Sono in sostanza gli stessi utenti che emettono la moneta.

I principi di funzionamento fondati sulla crittografia rendono le unità monetarie dotate di identità certa, in modo simile alle unità delle monete ordinarie, e ciò previene alla radice il problema della falsificazione. Inoltre il Bitcoin è una moneta totalmente elettronica e quindi i costi di gestione vengono abbattuti in modo consistente, basta scaricarsi un client per emettere moneta e gestirla.

Inoltre l’adozione di wallets per smart phones (Iphone, Android) permette di mobilizzare gli scambi come avviene per le monete ordinarie.

Ma il Bitcoin è ancora una moneta basata sulla scarsità, infatti ha un quantitativo di massa monetaria emettibile limitato nel tempo.

http://ouishare.net/2013/05/bitcoin-human-based-digital-currency/

Però essendo sviluppata come software libero, permette la realizzazione di forks dell’originario programma. I forks piu importanti ai fini della realizzazione di una criptomoneta per la FAZ, sono ad oggi

Dalla convergenza di questi progetti potrebbe nascere la FAZCOIN. Siamo ancora nella fase iniziale di studio di fattibilità ed invitiamo tutti gli esperti del settore a collaborare per realizzare una criptomoneta che incorpori i principi della FAZ.

 

La Moneta del Comune. La sfida dell’istituzione finanziaria del comune

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_lamonetadelcomunecop– di Marco Fama.  Esce per i tipi di DeriveApprodi La moneta del comune. La sfida dell’istituzione finanziaria del comune (pp. 200, euro 18). Il libro, affidato alla cura di Emanuele Braga e Andrea Fumagalli, raccoglie i contributi di studiosi e attivisti da tempo dediti al nutrimento di un sapere monetario eterodosso, immediatamente proiettato all’interno di pratiche concrete, tese ad emancipare la vita dalle logiche del dominio capitalistico.

L’infausto potere che alberga nella moneta, a dispetto – od a maggior ragione – della sua sopraggiunta “nudità”, viene svelato senza reticenze nei numerosi interventi che animano il volume. Ma di tale feticcio, con cui in pochi hanno avuto il cuore di misurarsi per davvero, ne vengono anche esplorati i possibili impieghi alternativi, evocandone forme e contenuti nuovi, attraverso cui farne uno strumento al servizio del comune.

Contro le frivolezze neoclassiche, cui neppure la teoria dei beni comuni ha saputo resistere, la moneta è qui presentata per quello che è: non uno strumento neutrale, meramente pensato per agevolare gli scambi; al contrario, un demone potente, che attribuisce a chi ne detiene il controllo la facoltà di dettare le condizioni e le finalità sociali della produzione.

Proprio alla produzione, alle sue forme, gli autori invitano a rivolgere lo sguardo per comprendere appieno la natura dei rapporti sociali che la moneta innesca e dello sfruttamento di cui si fa misura; ma anche come condizione imprescindibile per poter pensare ed agire il comune, da intendersi come uno specifico modo di organizzare/regolare la cooperazione sociale, in luogo che come una qualità intrinseca a determinate categorie di beni.

Con la moneta bisogna fare necessariamente i conti, posto che è in essa che si condensa quel potere sociale che consente al capitale di esercitare un comando sulle condotte umane. Attenuare il vincolo monetario al rapporto salariale, cioè erodere il potere della moneta di acquistare la forza-lavoro, è il primo passo per l’edificazione di un modello di sviluppo fondato sulla produzione dell’uomo per l’uomo, realmente in grado di soddisfare i bisogni collettivi. È in questi termini che va letta la proposta di un reddito di base incondizionato, da tempo avanzata da alcuni degli autori dei contributi contenuti nel volume. Ma qui si osa ben oltre, mirando direttamente al cuore del padre di tutti i vizi capitalistici, cioè a quel desiderio di abbondanza che non può resistere a se stesso, se non in ragione di una scarsità artificialmente creata. Proprio nella moneta viene indicata la freccia adatta a raggiungere un bersaglio così ambizioso: una moneta capace di resistere costitutivamente al desiderio di essere accumulata, che venga dal nulla per tornare al nulla, programmata per autodistruggersi.

Val la pena di ricordare come la necessità di riformare la moneta fosse in cima ai pensieri di Keynes, cui certo non sfuggivano gli effetti deleteri dell’istinto irrefrenabile all’accumulazione. Al Bancor, da egli concepito come una pura unità di conto con cui abilitare gli scambi internazionali, non riuscì mai di veder la luce. Ma il principio delclearing, su cui la proposta di Keynes si basava, è oggi al centro di molti circuiti monetari alternativi – alcuni dei quali passati in rassegna all’interno del volume. Altro concetto chiave è quello di demurrage, cioè l’applicazione di un tasso di interesse negativo che inibisca sul nascere ogni eventuale processo di tesaurizzazione. È il caso di insistere su questo punto, giacché la moneta rappresenta, in primo luogo, la trascrizione di un debito; un debito che viene continuamente trasferito, ma che non può essere per sua stessa natura saldato. Se è per mezzo dell’emissione degli interessi su tale debito – attraverso questo furto di tempo – che il capitalismo proietta il proprio dominio sul futuro, è disinnescando il rapporto tra creditore e debitore che possono essere gettate le basi per liberarsi dal giogo capitalistico. Ciò è ben altra cosa dal negare ad una eventuale moneta del comune la sua funzione di moneta-credito. Si tratta, tuttavia, di concepirla all’interno di circuiti orientati alla produzione di valori d’uso, in luogo che all’accumulazione di denaro.

Rispetto a ciò, la vicenda del Bitcoin – vero spettro che si aggira tra le pagine del libro – lascia aperti molti interrogativi. Di questa cripto-moneta, balzata agli onori delle cronache per via degli usi sconsiderati che ne sono stati fatti, ne vengono denunciati i limiti; ma vengono anche colte le interessanti prospettive dispiegate da una innovazione tecno-politica che ha avuto il merito di infrangere il tabù del denaro, i cui protocolli stanno già fungendo da base per la realizzazione di nuovi ed interessanti esperimenti.

Il caso del Bitcoin, in cui il movente speculativo ha prevalso su di ogni altra cosa, può in ogni caso valere da insegnamento per il futuro: mutare la forma della moneta è ben altra cosa dal mutarne la funzione. Semmai, è dalla qualità dei processi che stanno alla base della progettazione di una moneta, e dalle soggettività coinvolte in tali processi, che dipende la capacità di farne uno strumento realmente alternativo, non riconducibile entro le logiche del sistema dominante. Non a caso, è proprio sulla cura di tali processi che gli altri progetti presentati nel libro – di alcuni dei quali gli autori sono parte attiva – insistono.

Resta da capire di che inferenza possano godere le esperienze in corso, le quali rischiano piuttosto di apparire come puri “esercizi di esodo”. Quali le concrete possibilità di costruire nuove forme di sovranità monetaria in grado di contrastare l’espropriazione del comuneincessantemente operata dai mercati finanziari?

Se non altro, l’inganno mefistofelico è stato ormai svelato. Ora che non vi è alcun valore nella moneta, se non quello dettato dalla fiducia che si ripone in essa, è nella fiducia stessa – nelle relazioni che innervano il comune – che risiede l’oro dei nostri tempi. La miniera, dunque, è dentro di noi. Ben vengano libri come questo, ottimi arnesi con cui cominciare a scavare.

La moneta del comune. La sfida all’istituzione finanziaria del comune, a cura di Emanuele Braga e Andrea Fumagalli, DeriveApprodi e Alfabeta2, Roma 2015, euro 18,00

Contributo sulla FAZ di Marco Giustini e Domenico De Simone

Il miracolo di Worgl (Tirolo 1932-1933)

di Paul Kircher, Human Economy 04/04/2015

Occorre rilevare che il denaro come lo conosciamo oggi, non corrisponde ad una legge naturale, ma è stata creato da persone e pertanto può essere nuovamente riprogettato e modificato in qua­lunque momento attraverso una decisione democratica. Dal momento che ancora una volta ab­biamo raggiunto il punto in cui il sistema monetario è sull’orlo del precipizio, è sensato analizzare dei sistemi monetari alternativi, ed in particolare quelli che già in passato hanno funzionato. Questo include certamente l’idea della moneta deperibile, alla base del piccolo miracolo economico di Wörgl, dovuta al genio dall’economista, purtroppo molto poco conosciuto, Silvio Gesell. Esso riconobbe che il denaro, a differenza di tutti gli altri prodotti, detiene un grande vantaggio: cioè la moneta è l’unico bene che si conserva inalterato, e la cui detenzione non implica costi. Questo com­porta che tutti vogliano accumulare il denaro. Per far sì che il denaro torni a circolare, ideò un si­stema che ne penalizzasse l’accumulo. Un modo per raggiungere ciò po­trebbe essere l’introduzione di un tasso di iInteresse (negativo). Ma se si conosce la vera natura del denaro moderno e come esso è generato, si intende che tutti i soldi nascono come un debito è (questo sarà l’argomento trattato qui e in ulteriori ­pubblicazioni). Se dunque si conosce tra l’altro anche la funzione esponenzialedell’effetto dell’inte­resse composto Mt=C×(1+i/100)t [M=montante; C=capitale; i=tasso di interesse; t=numero pe­riodo/anni] si rende evidente che noi abbiamo a che fare nel vero senso della parola con un sistema altamente esplosivo.

L’indebitamento totale di un’economia in questa costruzione assurda del sistema monetario deve necessariamente crescere in maniera esponenziale fino a raggiungere un livello inaccettabile. In questo momento, vi è una completa distruzione del valore del denaro, che molto spesso si evidenzia in una iperinflazione. Le conseguenze di ciò non sono di rado impoverimento, rivoluzioni o guerre (vedi il seguente grafico). USDebt-GDP and DeficitGDP Form 1792to2012

Indebitamento degli Stati Uniti dal 1792 – al 2008

Silvio Gesell propone come soluzione la cosiddetta moneta deperibile, ovvero un denaro a circolazione garantita. Il denaro secondo Gesell era legato ad un tasso di interesse negativo; suggerì dun­que l’applicazione di una tassa sulla detenzione del capitale, che ne scoraggiasse il fermo inoperoso: una lieve penalizzazione, sotto forma di bollo (p. es. del 5% del suo valore) da apporre alla moneta a scadenze di tempo programmate (ogni fine del mese). Ciò fece accrescere la velocità di circo­lazione del denaro, la quale a sua volta rimise in moto l’economia. Il denaro a circolazione garantita (o la moneta deperibile) fu introdotto dal sindaco Michael Unter­guggenberger nel comune di Wörgl nel 1932. Il successo di questa iniziativa è degno di nota. Vedi il cortometraggio.

Fonte: La moneta deperibile di Wörgl, estratto dal Video “Der Geist des Geldes”

Quali considerazioni sono ancora importanti nell’ambito della moneta deperibile?

Molti sistemi monetari paralleli e regionali hanno ripreso nel loro approccio il principio dell’interesse negativo, da cui nascono certamente dei vantaggi. Approssimativamente 20 anni fa, noi stessi ab­biamo dato vita in Alto Adige al “primo circuito di scambio di talenti” basato su questo principio. Dall’esperienza storica con la moneta deperibile e con quella delle valute regionali, si può però an­che intendere che alcuni problemi in effetti non siano mai stati risolti per mezzo di “una garanzia di circolazione” e che non siano nemmeno risolvibili in questo modo. Allo stato attuale, i vari sistemi monetari a “garanzia di circolazione” sono ancora discussi, quanto ad esempio Gradido (www.gradido.net) o il Piano B (http://www.wissensmanufaktur.net/). Un denaro a circolazione garantita senza interesse, a differenza dal denaro del sistema attuale, pre­senta il vantaggio che pone fine all’accaparramento del denaro; in altre parole il denaro perde la funzione di conservazione di un valore. Tuttavia rimane sempre ancora un mezzo di scambio. Ma, a nostro avviso, per l’attuale situazione esistono soluzioni e sistemi migliori. Ecco alcune ragioni, per cui rite­niamo, si renda necessario un cambiamento, radicale rispetto al concetto di un denaro inteso come mezzo di scambio universale:

  • Una moneta deperibile (che garantisca una rapida circolazione) causerebbe una accelera­zione dei cicli economici. Attualmente nella maggior parte dei settori economici osserviamo una sovrapproduzione, che frutta soltanto modesti profitti, e ciò per mezzo di:

         a) obsolescenza programmata: le lampadine p. es. sono state ottimizzate per una durata di 1.000 ore;

b) distruzione di prodotti freschi: quotidianamente p.es. a Vienna è distrutta una tale quan­tità di pane e prodotti di pasticceria, con la quale ci si potrebbe alimentare la popolazione di Graz  (il capoluogo della Stiria in Austria). È la seconda città austriaca per abitanti, al censimento 2013 erano 265.778), oppure attraverso

        c) strategie di marketing:  come p. es. la moda.

Le conseguenze sono: la «sana» competizione[1], il consumo delle risorse (fino all’esauri­mento), la distruzione ed il degrado ambientale, la concorrenza e la guerra. Ma veramente vogliamo questo?  La moneta deperibile (un denaro a circolazione garantita) potrebbe risol­vere questi problemi? Noi crediamo di no!

  • Nei prossimi 10 – 20 anni il mondo del lavoro subirà una accelerazione del automazione che rilascerà sempre più persone dal lavoro, ma anche dal reddito da lavoro salariato (riferi­mento all’economista Jeremy Rifkin). Il RdBI (Reddito di Base Incondizionato) proposto come soluzione nei sistemi monetari a «circolazione garantita» o nei sistemi monetari ove il de­naro funga da mezzo di scambio, garantirebbe esclusivamente il minimo vitale, perché le imprese dell’economia reale, sarebbero tentate a stabilizzare i prezzi esattamente al livello di questo valore. Una regolamentazione statale di controllo dei prezzi, corrisponderebbe all’introduzione dell’economia pianificata, il che significherebbe la fine del libero mercato. E chi di noi vorrebbe ciò?
  • Però anche in questo caso la moneta deperibile (o il denaro a circolazione garantita) sarebbe sempre ancora un mezzo di scambio o di baratto. Per mezzo dell’asimmetria informativa nello scambio di merci, un dogma dell’economia (che di norma un partner di scambio di­sponga delle informazioni aggiuntive rispetto all’altro), avrà sempre an­cora luogo una ridi­stribuzione dal semplice cittadino al monopolista intelligente o l’uomo d’affari competente. Il risultato sarebbe, che alla fine avremmo un vincitore e molti perdenti; cioè il risultato di ogni partita a somma zero. (Citazione di Bertolt Brecht: «Un ricco e un povero si guardavano. E il povero disse pallido: “Se io non fossi povero, tu non saresti ricco! Bertolt Brecht„.»)
  • Nei sistemi monetari a circolazione garantita o nei sistemi monetari ove il denaro funga da mezzo di scambio le diverse biografie o condizioni di vita (come p. es. studenti, disabili o pensionati) non possono esser considerate, se non per mezzo di complicati interventi statali ed una sovrastruttura burocratica con specifiche norme, che potrebbero nuovamente invi­tare ad abusi, e che non risulterebbero nemmeno necessarie.

Infomoney – una alternativa reale?

In alternativa al denaro come mezzo di scambio universale, si offrirebbe invece un sistema di com­pensazione che funzioni come un coupon, senza gli aspetti negativi di un mezzo di scambio. In un tal sistema i contratti bilaterali sarebbero sostituiti da accordi personali con l’intera società. Il de­naro non funzionerebbe più come mezzo universale di scambio o come mezzo di conservazione di valore. Il “denaro” (la moneta informativa) sarebbe soltanto una misura di prezzo, un numero senza valore. Si creerebbe semplicemente con la fornitura di un prodotto o di un servizio, e si distrugge­rebbe con il consumo di un prodotto o di un servizio di scarsa disponibilità. Non sarebbe necessario pagare per il consumo di beni e servizi che esistano in abbondanza. Ilproduttore, tuttavia, sarebbe ricom­pensato tramite la creazione di nuovo denaro sul suo conto individuale. Ciò richiederebbe l’abban­dono del dogma economico: “posso spendere nel consumo solo ciò che guadagno in produ­zione”, quindi una scissione della produzione dei beni, dalla distribuzione delle merci. Questa di­visione renderebbe possibile una asimmetria nel prezzo (all’acquisto io non pago lo stesso prezzo, che tu ottieni per la fabbricazione del prodotto) e unaasimmetria di informazioni, così come non sarebbero più necessarie né la concorrenza né le lotte di mercato. Al contrario, sarebbero esplici­tamente in­coraggiati: il trasferimento di conoscenze e competenze, come anche la cooperazione. Sarebbero rimosse le barriere di interazione sociale e sostituite da un potenziale catalizzatore per lo sviluppo di una società umana. Questo sarebbe il sistema suggerito dal Prof. Franz Hörmann.

Per approfondire l’argomento segui il seguente link: http://humaneconomy.it/nuovi-sistemi-finanziari-e-monetari/infomoney/

Bibliografia:

Hermann Benjes: “Chi ha paura di Silvio Gesell? ” (titolo originale: Wer hat Angst vor Silvio Gesell?)

Tobias Plettenberg Bacher: “Nuova moneta Nuovo mondo La crisi economica – cause e vie d’uscita” (titolo originale: Neues Geld Neue Welt Die Wirtschaftskrise – Ursachen und Auswege)

Film: Lo spirito del denaro (titolo originale: Der Geist des Geldes)

Note di fondo: http://www.informationsgeld.info [1] Franz Hörmann, “La moneta informativa” (www.informationsgeld.info): «Per poter dunque pagare gli interessi maturati, la “gente comune” non dotata della facoltà di creare denaro, è obbligata di sottrarre l’entità di questa denaro (per liquidare l’interesse) ad altre persone presenti nel ciclo economico. Appare molto cinico, ma è ciò quello che il nostro sistema politico intende per “sana competizione”.»

Monete complementari in Germania, Austria e Svizzera nella prima metà del Ventesimo secolo.

di Rolf F.H. Schroeder, Storia e Futuro, Giugno 2014

Abstract

Il presente articolo offre una panoramica dei sistemi di moneta complementare sviluppatisi nei paesi di lingua tedesca nella prima metà del XX secolo. Concretizzatisi nell’emissione di monete parallele a quelle ufficiali, questi rappresentavano un tentativo per fronteggiare le profonde difficoltà economiche, che furono eco, tra l’altro, della crisi del ’29. Questo studio analizza la nascita e l’evoluzione di tali sistemi nel loro contesto socioeconomico e si iscrive in una cornice teorica che tiene conto, da una parte, delle strutture monetarie specifiche dei singoli modelli e, dall’altra, di un aspetto sino ad oggi oggetto di scarsa attenzione: la delimitazione di tali realtà entro confini precisi e di diversa natura.

Introduzione

Negli ultimi venti o trent’anni, in vari angoli del mondo sono stati adottati i cosiddetti sistemi di moneta complementare. LETS, Tauschringe, Banche del Tempo e Trueque sono solo alcuni esempi di progetti di nuovo stampo che, seppur senza incidere in modo significativo sull’economia, hanno dimostrato che lo scambio di beni e servizi può avvenire anche senza l’impiego di euro, dollari o altra valuta nazionale convenzionale. Ne è conseguito un crescente interesse verso i modelli storici, precursori degli attuali sistemi di moneta complementare. Nella sua breve dissertazione sul tema, Blanc (2006) ricorda, tra l’altro, le teorie e gli esperimenti di Robert Owen, che lo statunitense Josiah Warren, seguace di Owen, realizzò in modo tale da avvicinarsi molto ai sistemi oggi in uso (Warren 1829). È possibile, poi, citare altri socialisti libertari che si mossero nella stessa direzione, come Proudhon (1849), con il suo progetto di una banca popolare. In Italia, Amato e Fantacci hanno presentato le caratteristiche di diverse monete complementari, sviluppatesi nel corso della storia, sulla base di conoscenze comprovate (Fantacci 2005; Amato, Fantacci 2012). Blanc, a ogni modo, menziona anche precedenti assai diversi: il méreau, moneta diffusa in epoca tardo medievale quale mezzo di scambio; l’emissione di denaro di emergenza in Francia tra il 1914 e il 1924; e l’esperienza di certe banche private tedesche che continuarono a far circolare monete valide a livello regionale anche dopo l’introduzione del Reichsmark (Blanc 2006, 5-7 s.). Ci si chiede allora se questa analisi debba basarsi su una definizione tanto ampia.

Punto di partenza del presente articolo è il concetto di moneta complementare così come generalmente inteso e utilizzato (Lietaer 2001). L’aggettivo “complementare” sta ad indicare che lo strumento non si pone in conflitto con la moneta nazionale ufficiale, ma procede di pari passo. Una definizione che, dunque, non abbraccia a priori le multiformi strutture monetarie esistenti prima della nascita degli stati nazionali. Gli esempi sopra citati si caratterizzano, inoltre, per l’inconvertibilità o la convertibilità sostanzialmente limitata della moneta complementare in moneta a corso legale, tratto che la distingue e differenzia dalle monete private in circolazione in alcune regioni fino al periodo interbellico. Anche queste ultime, pertanto, sono escluse dal presente studio, così come il denaro di emergenza (Notgeld) emesso in Germania durante la Prima Guerra Mondiale e negli anni immediatamente successivi. Introdotto durante il conflitto, in sostituzione delle banconote e delle monete tesaurizzate per far fronte allo sforzo bellico, esso assunse, agli inizi degli anni Venti, la forma di cartamoneta stampata da amministrazioni comunali, aziende statali – quali la compagnia ferroviaria tedesca Reichsbahn – e imprese private per non soccombere all’iperinflazione. La ragione per cui il denaro di necessità non viene contemplato nella presente dissertazione è la finalità della sua istituzione: scopo del Notgeld era rimediare alla momentanea carenza di mezzi di pagamento, laddove le iniziative qui analizzate avevano per obiettivo la generazione del reddito supplementare (Witte 1933, 92). A non trovare posto in queste pagine sono, infine, le sigarette nel ruolo di valuta di riferimento per il mercato nero nel secondo dopoguerra. La presente analisi si fonda sull’idea di moneta complementare come sistema circoscritto entro confini di natura assai diversa a seconda del caso (per un’introduzione sul tema, cfr. Schröder 2013b). La linea di demarcazione può essere data dalla ridotta convertibilità, da limiti spaziali, ecc. Con il presente lavoro si intende chiarire se una tale concezione di moneta complementare sia applicabile anche ai precedenti storici presi in considerazione in questa analisi.

Gli esperimenti sull’economia libera, nati in Germania e nella cittadina austriaca di Woergl, di cui si parla nei seguenti capitoli, sono abbastanza noti. Lo stesso si può dire per la moneta svizzera WIR, fondata anch’essa dai seguaci di Silvio Gesell. Questi sistemi nacquero, come anche le Ausgleichskassen e le Arbeitsgemeinschaften descritte nel capitolo 5, sulla scia della crisi economica mondiale agli inizi degli anni Trenta. Già nel 1908 fu introdotto il Bethel-Mark, utilizzato in una struttura psichiatrica in Germania. Il Bethel-Euro, come viene chiamato ai giorni nostri, e la moneta WIR esistono ancor oggi. Per concludere vengono descritte anche le centrali di scambio tedesche ed austriache, anch’esse quasi sconosciute.

Nel suo complesso, il presente articolo si basa sull’analisi della letteratura scientifica concernente i suddetti sistemi monetari; nello specifico, il capitolo sulle Tauschzentralen si basa su fonti capitali del proprio autore (per un approfondimento del tema, cfr. Schröder 2013a).

Primi esperimenti di economia libera

La crisi economica che mise in ginocchio il continente nel periodo tra le due guerre diede forte slancio a teorie che contemplavano, quale unico cammino verso la salvezza, l’introduzione di un ordinamento finanziario radicalmente nuovo (ne è un esempio l’idea del credito sociale di Douglas, di grande diffusione nei paesi anglosassoni; cfr. North 2007, 66-78). Un particolare successo, destinato a perdurare, riscossero le proposte del commerciante tedesco-argentino Silvio Gesell. Ispirato alle esperienze concrete delle profonde crisi finanziarie, sviluppò una teoria economica tutta sua, restando però legato ad una tradizione di pensiero libertaria che era stata fra l’altro sostenuta da Proudhon. Affinché il meccanismo del mercato possa dispiegare le sue forze – questo il suo messaggio – necessita di una riforma radicale della struttura fondiaria e soprattutto monetaria. Allo scopo di contrastare la tesaurizzazione – aspetto centrale del modello geselliano – egli invocava l’abolizione dello strumento dell’interesse e la creazione di un meccanismo di incentivo alla circolazione del denaro (Gesell 1998, 238 ss.; per un’esposizione sintetica, cfr. Onken 1997, 36 s.). Se da una parte le sue teorie incontrarono il favore di alcuni economisti di peso, tra i quali Keynes (1973, 353-358, 371, 379) e Fisher (1933), (vedi anche Ruffolo 2008 e 2009, 245), dall’altra si guadagnarono le veementi critiche della sinistra, che vide nei suoi scritti l’ombra di una posizione antisemita (Kurz 1995).

Ispirati dal pensiero di Gesell, Hans Timm e Helmut Rödiger cercarono di mettere in pratica tali concetti. Nell’ottobre del 1929, dunque contestualmente al crollo della borsa che sconvolse l’economia mondiale, Timm e Rödiger fondarono l’associazione di scambio WÄRA. Intrinseca nel nome, che giocava sulla somiglianza tra i termini “Währung” (valuta) e “währen” (durare), destava la speranza di riuscire a dar vita ad una moneta che perdurasse nel tempo. Il concetto geselliano dell’incentivo alla circolazione fu concretizzato nel seguente modo: per conservare l’intero valore nominale di una banconota WÄRA, il possessore doveva applicarvi ogni mese un bollo di rinnovo, del costo pari ad una percentuale del valore del biglietto (Onken 1997, 38 s.).

A due anni dalla propria creazione, l’associazione di scambio comprendeva oltre mille aziende ubicate negli angoli più disparati del territorio tedesco. Nella località di Schwanenkirchen, nella Bassa Baviera, un caso suscitò particolare clamore: la miniera del posto, chiusa per fallimento, fu riaperta verso la fine del 1930 grazie all’impegno dell’ingegner Hebecker, che per finanziare il progetto chiese e ottenne un credito attraverso la rete WÄRA. I lavoratori della miniera ricevevano la maggior parte del salario in WÄRA e con tale moneta si rivolgevano ai commercianti della zona, che, dopo qualche esitazione iniziale, decisero infine di accettarla come mezzo di pagamento. Se l’esperimento fosse destinato ad avere successo non è dato sapere, giacché nell’ottobre del 1931 il governo centrale mise al bando qualsiasi forma di denaro di emergenza, ivi compresa la WÄRA. Poco dopo, la miniera di Schwanenkirchen tornò a chiudere. L’esperienza, ad ogni modo, aveva destato un certo interesse, tanto che meccanismi simili furono introdotti altrove nei decenni successivi (Onken 1997, 38-42).

Personalmente, Gesell non approvò l’esperimento. Egli non aveva mai perorato la causa di una moneta parallela, bensì di una sostanziale riforma del sistema finanziario esistente (Godschalk 2011, 5). Lo dimostra, tra l’altro, il fatto che, seppur seguace delle idee di Proudhon, non condivise mai il suo progetto di una banca popolare (Gesell 1998, 4, 6).

La moneta deperibile di Wörgl

Tra coloro che avevano guardato con particolare interesse all’esperimento di Schwanenkirchen vi era anche il sindaco di una cittadina austriaca che nel 1931 aveva deciso di sfruttare la festa della Pentecoste per visitare in prima persona la località bavarese. Michael Unterguggenberger, va ricordato, conosceva il pensiero di Silvio Gesell sin dai tempi della guerra, quando ne aveva letto le opere (Broer 2007, 18 s.), fatto per nulla scontato per un politico e sindacalista socialdemocratico. Il biennio 1931-1933 avrebbe dimostrato, tuttavia, che Unterguggenberger non era certo una figura che si lasciasse facilmente inquadrare in una categoria predeterminata. Il comune in cui egli viveva da anni, Wörgl, era stato duramente colpito dalla crisi. Unterguggenberger cominciò dunque a chiedersi se fosse possibile creare anche a Wörgl un circuito economico fondato su una moneta deperibile (Broer 2007, 20).

Gli eventi che seguirono furono in larga misura influenzati dalla sorte. Dinanzi alla situazione di stallo, risultante dall’equilibrio di forze tra lo schieramento borghese e l’ala socialdemocratica, il consiglio comunale di Wörgl decise di eleggere un nuovo sindaco tramite un sorteggio. La fortuna volle che il nome estratto fosse quello del candidato socialdemocratico, cosicché il 5 dicembre 1931 Michael Unterguggenberger assunse la carica di primo cittadino. I mesi successivi furono improntati all’azione. Fu proposto un piano pubblico per l’occupazione che avrebbe dovuto essere finanziato, almeno in parte, mediante l’emissione di una moneta locale. Nella fase preparatoria del progetto, Unterguggenberger mise chiaramente in luce il proprio talento politico. Indubbiamente contava sull’appoggio di personalità influenti che ne condividevano le idee, come per esempio, il redattore del giornale locale (Broer 2007, 309); ma ancor più fondamentale risultò il profondo radicamento dell’ex-macchinista ferroviario nel tessuto sociale della città. Membro di diciotto diverse associazioni (Broer 2007, 307), Unterguggenberger era in buoni rapporti con molti rappresentanti autorevoli dei settori conservatori di Wörgl, situazione per nulla frequente nell’antagonistico panorama politico dell’epoca, neppure nel contesto di una piccola realtà comunale. Broer – sulla cui dettagliata documentazione poggia ampiamente il presente capitolo – pone l’accento, inoltre, sul ruolo svolto da figure chiave di diversa estrazione politica, quali il direttore della banca cooperativa, il parroco o il farmacista (Broer 2007, 80 s., 116-124 e 48). Attraverso la moglie, titolare di un negozietto di Wörgl, Unterguggenberger aveva, infine, la possibilità di entrare strettamente a contatto con le preoccupazioni e le difficoltà dei professionisti e degli esercenti del luogo. Alla luce di tutto ciò, non stupisce che l’8 luglio 1932 il consiglio comunale decidesse di approvare all’unanimità il programma sviluppato dal sindaco (Broer 2007, 45 s.).

La realizzazione di opere pubbliche non tardò a riattivarsi. Fu ampliata, tra l’altro, la rete viaria e stradale della città e aperta una mensa pubblica. La retribuzione dei lavoratori avveniva per mezzo dei cosiddetti “certificati di lavoro”. Muralt (1934, 50) riporta che anche i funzionari comunali ricevevano parte del proprio salario o stipendio sotto forma di certificati. Il sistema era dotato di un meccanismo di incentivo alla circolazione: ancora una volta, per conservare il potere di acquisto di un certificato, il possessore doveva applicare sul retro del biglietto un bollo di rinnovo mensile del costo pari a una percentuale del valore nominale del certificato stesso. Il cambio dei certificati in scellini era possibile, ma al prezzo di uno sconto del 2% sul valore nominale. Sebbene in un primo momento non ne fossero proprio entusiasti, in seguito i commercianti e gli agricoltori di Wörgl, accettarono questo nuovo mezzo di pagamento. Un fattore decisivo per il successo del progetto fu l’uso dei certificati di lavoro anche per la riscossione delle tasse e imposte comunali. In ultima istanza, anche alcuni grandi fornitori viennesi che operavano nella città iniziarono ad accettare il nuovo strumento di pagamento (Broer 2007, 69-76).

Sin dalle prime battute, la vicenda di Wörgl assunse i caratteri di una questione politica di portata nazionale. Lo stesso mese di luglio del 1932, la questione fu dibattuta in seno alla Banca Nazionale, al Ministero degli Interni e al Ministero delle Finanze, fino a passare al vaglio della Cancelleria Federale. L’amministrazione di Vienna espresse, a tal proposito, una netta condanna. I certificati di lavoro erano visti come una forma di denaro di emergenza, strumento esplicitamente vietato dalla legge già dal 1922. Ai sensi della normativa in vigore all’epoca, l’emissione di cartamoneta era prerogativa assoluta della Banca Nazionale. Si cominciò immediatamente a far pressione sull’amministrazione regionale del Tirolo affinché soffocasse l’iniziativa di Wörgl (Broer 2007, 199). Quest’ultima, tuttavia, così come la giunta provinciale guardava al progetto con un atteggiamento notevolmente più aperto, ragion per cui nei mesi successivi le disposizioni del governo centrale vennero applicate con estrema lentezza (Broer 2007, 200f, 203 s.). A cavallo del nuovo anno, la giunta provinciale fu infine costretta a cedere e con uno scritto del 5 gennaio 1933 dichiarò nulla la delibera del consiglio comunale di Wörgl del luglio precedente (Broer 2007, 204). Prima che si arrivasse ad una decisione definitiva, comunque, dovevano passare ancora diversi mesi. Di fronte all’accanimento di Vienna, Unterguggenberger e i suoi compagni di avventura riversarono le proprie energie nella ricerca di appoggio politico e giuridico. Il modello di Wörgl aveva nel frattempo fatto proseliti ed era stato copiato in diverse altre località, tra cui anche il vicino comune di Kirchbichl (Broer 2007, 181-194, 135-138). I mezzi di comunicazione davano al progetto ampia risonanza e singole personalità politiche ne difendevano la causa (Broer 2007, 9, 156 e 211). Alla fine, tuttavia, ogni sforzo risultò vano. Se già nel settembre del 1933 i certificati di lavoro erano stati ritirati dalla circolazione (Broer 2007, 220, 222-225), il 18 novembre di quello stesso anno il tribunale amministrativo supremo sancì definitivamente la proibizione del sistema. Gli sconvolgimenti politici che turbarono l’Austria di lì a poco, e in particolare lo scioglimento di diversi partiti politici, tra cui anche quello socialdemocratico, portarono nel febbraio 1934 alla destituzione di Unterguggenberger dalla carica di sindaco.

A livello internazionale, l’iniziativa di Wörgl ebbe una vasta eco. Fiumi di inchiostro furono versati da giornalisti di ogni dove sulla “nuova mecca dell’economia”, come la definì il francese Bourdet (1933). Tanto clamore mediatico motivò più di qualcuno a recarsi personalmente sul posto, tra questi anche l’allora primo ministro francese Daladier che, affascinato dal successo del modello, cercò poi, seppur infruttuosamente, di convincere i colleghi di partito a far propria l’idea (Blanc 1998, 477). In Europa e oltreoceano, varie realtà locali trassero ispirazione dall’esempio tirolese e presero a stampare una propria moneta. Negli Stati Uniti, molte comunità tentarono di far fronte alla Grande Depressione con il cosiddetto “scrip money”. Il progetto trovava il fermo sostegno di economisti di spicco, tra i quali l’americano Irving Fisher (cfr. al riguardo l’opera di Fisher “Stamp Scrip” 1933). (Per una breve panoramica delle ripercussioni del movimento a livello globale, cfr. anche Onken 1997, 47-58).

Pare opportuno, a questo punto, dedicare una riflessione conclusiva alla questione seguente: molti e molto diversi furono i riflettori puntati sull’iniziativa di Wörgl, ma quale giudizio se ne dovrebbe dare obiettivamente? Il piano promosso da Unterguggenberger fece sì che nel solo 1933 tra le 50 e le 60 persone trovassero lavoro dall’oggi al domani; consentì, inoltre, la creazione di 30-40 posti di lavoro indiretti nel settore dell’accessoristica (Broer 2007, 162); e gli effetti moltiplicatori non si fecero attendere. Per una cittadina che all’epoca contava circa 4.200 abitanti (Dollheimers 1938, 1618) si trattava, evidentemente, di dati di notevole peso economico. Bisogna ricordare, tuttavia, che contrariamente a quanto affermato da molti fautori dell’economia libera, i posti di lavoro creati in situazione di necessità furono finanziati in larga misura anche attraverso fondi in moneta nazionale corrente stanziati dalle autorità regionali e statali (Broer 2007, 67 s.). Se i certificati di lavoro cambiarono di mano con grande velocità (Broer 2007, 82 s.), fu senza dubbio per effetto del meccanismo di incentivo alla circolazione, ma forse anche per l’influenza di fattori diversi (cfr. in merito una ricerca empirica sulle odierne monete complementari, tra le quali anche il WIR, condotta da de la Rosa, Stodder 2013). Il sindaco e altre personalità con voce in capitolo in tema di politica monetaria e finanziaria ebbero il merito di promuovere misure congiunturali che si discostavano dalle politiche di austerità, all’epoca dominanti, e attivarono un circolo virtuoso che non mancò di produrre ottimi risultati.

È bene, infine, tener conto di un ulteriore aspetto. I certificati di lavoro erano concepiti come un mezzo di pagamento locale. Il coinvolgimento di fornitori con sede a Vienna comportava effettivamente l’esistenza di alcune eccezioni, ma in linea di massima il circuito economico funzionava su scala locale. Ciò era primariamente dovuto al fatto che l’esercente, il professionista o qualunque altro soggetto che accettasse pagamenti in certificati aveva poi la facoltà di utilizzarli per onorare i propri obblighi fiscali verso il comune. A causa della crisi economica, negli anni precedenti i debiti tributari avevano raggiunto vette apicali; ora, invece, calavano. La domanda è se una volta eliminato tale gravoso retaggio del passato, sarebbe stato possibile mantenere attivo il circuito economico alternativo. È un fatto documentato che il sindaco procedette alla riscossione di acconti di imposta, sconfinando, così, dalle proprie competenze (Broer 2007, 104, 213). Allo stato attuale della ricerca, la domanda non può che restare senza risposta. È interessante, però, notare che proprio per la natura locale del sistema, il progetto avrebbe forse potuto trovare consenso e legittimazione. Nell’ambito di un dibattito in seno al Consiglio dei Ministri austriaco, il cancelliere Dollfuß affermò: “A una piccola località che riesce a funzionare con una doppia valuta, senza con ciò mettere a repentaglio la moneta ufficiale, dovrebbe essere data una possibilità, a patto che venga definito preliminarmente e con assoluta chiarezza entro quali limiti e a quali condizioni tale autorizzazione viene concessa”[1] (Broer 2007, 213, nota 810, che cita il verbale della riunione del Consiglio dei Ministri del 21 luglio 1933, in Enderle-Burcel (cur.), Protokolle des Ministerrates der Ersten Republik, vol. 4 /26. Ottobre 1932-1933, Vienna 1982, traduzione dell’autore). Arrivato a questo punto, Broer si interroga su quanto di sincero vi fosse nelle parole di Dollfuß; sta di fatto che anche per questo progetto si pose la questione di una sua delimitazione. Da parte sua, Unterguggenberger e i suoi collaboratori non avevano alcuna simpatia per l’idea di una costrizione del modello entro confini locali (Broer 2007, 195).

Il circolo economico WIR

Fondata nel 1934 a Zurigo e ancora oggi pienamente attiva sull’intero territorio svizzero, l’organizzazione WIR può essere descritta come la combinazione di un sistema di scambi “ad anello” e un meccanismo di concessione di crediti. Gli aderenti alla rete ricevono prestiti – sotto forma di crediti in genere a lungo termine e destinati ad esempio al finanziamento di progetti di costruzione – in una moneta complementare, il WIR (in tedesco “wir” è sia l’abbreviazione della parola Wirtschaftsring, ovvero “circolo economico”, che il pronome personale “noi”), e sono poi chiamati ad ammortare il debito con versamenti nella medesima valuta. Alla luce di queste caratteristiche, già nel 1936 il funzionamento dell’organizzazione fu classificato dalle autorità di vigilanza svizzere quale attività bancaria. Nel sistema, un WIR corrisponde a un franco svizzero.

Concepito nel contesto della drammatica crisi degli anni Trenta, il progetto fu ideato nell’intento di fornire al ceto medio un alleato nella lotta contro la situazione disastrosa di stagnazione economica. Il circolo economico WIR nacque come cooperativa, forma giuridica che mantiene tuttora, per quanto nell’arco della propria storia abbia visto ben pochi partecipanti convertirsi in soci. I fondatori del sistema, Werner Zimmermann e Paul Enz, si ispirarono alle teorie dell’economia libera per creare un modello che, seppur relativamente indifferente al concetto di moneta deperibile di Gesell, fu per lungo tempo incentrato su crediti e depositi senza interessi. Altri indiscutibili punti di riferimento vanno ricercati nel Nord Europa. Lautner cita il Nordisc, sistema di compensazione diffuso nei paesi scandinavi, negli stati baltici e in Islanda (Lautner 1964, 31, che cita E. Simon 1958, “Die Entstehung des Schweizerischen Wirtschaftsringes”, in: WIR-Pionier, 5 (Maggio), 4); Godschalk (2011, 14) mette in luce la profonda influenza della banca scandinava J.A.K. e delle Ausgleichskassen, esperienze vertenti entrambe attorno al finanziamento delle immobilizzazioni, la cui impronta può essere riconosciuta nel fatto che il circuito chiuso del sistema WIR funzionasse fondamentalmente mediante moneta scritturale. L’impiego di un mezzo di pagamento in contanti gravato da uno strumento di incentivo alla circolazione costituì sin dall’inizio un’eccezione e fu definitivamente eliminato nel 1948 (Studer 2006, 20; Lautner 1964, 40 s.).

Entrata in attività alla fine del 1934, agli inizi del 1935 la rete contava già 1.700 aderenti e altrettanti conti aperti (Lautner 1964, 32). Nel complesso, fino la fine del 1935 l’organizzazione registrò un giro d’affari totale del valore di 1.044.800 WIR (Lautner 1964, 33). È bene ricordare che non mancarono le voci critiche. Lautner (1964, 38) ne parla in termini di “movimento anti-WIR”. Una reazione che non può stupire se si considera che nei paesi vicini, ovvero in Germania e in Austria, progetti simili di monete parallele erano stati annichiliti a suon di leggi. In Svizzera, tuttavia, i detrattori dell’iniziativa dovettero fare un passo indietro. Non solo l’organizzazione sopravvisse, ma continuò a prosperare incassando una lunga serie di successi: solo nel mese di dicembre del 1938 il fatturato toccò quota 200.000 WIR (Lautner 1964, 42). Aperta allora anche a impiegati, funzionari e contadini, la rete, che sulla carta voleva abbracciare la totalità del territorio nazionale, nella pratica era oggetto di una promozione molto limitata al di fuori delle aree di lingua tedesca. A Losanna e a Ginevra sorsero sistemi analoghi e indipendenti, che però ebbero vita breve. Nella realtà dei fatti, la rilevanza economica del sistema WIR rimase circoscritta alla regione occidentale della Svizzera (Lautner 1964, 38 s.).

Ai risultati eccellenti della fine del 1938 seguì una brusca inversione di tendenza. Di lì a poco, si seppe che nella concessione dei crediti erano stati commessi gravi errori e che i responsabili avevano, tra l’altro, violato le disposizioni in materia di vigilanza bancaria. Fu allora necessario adottare ampie misure di risanamento (Lautner 1964, 42 s.), che assicurarono, in effetti, la sopravvivenza dell’organizzazione, ma non la misero al riparo dal lungo periodo di penuria che si profilava all’orizzonte. Sebbene non direttamente travolta dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, l’economia svizzera non fu immune all’imperante carenza di beni materiali. In tali circostanze, il circolo economico non riuscì ad offrire un’alternativa valida e nel giro di pochi anni si vide degradato ad una “minuscola e insignificante organizzazione” (Lautner 1964, 45). A guerra finita, la ripresa fu molto lenta, tanto che ancora nel 1949 il fatturato dei 1.000 aderenti alla rete non superò i circa due milioni di WIR (Lautner 1964, 45f). Negli anni Cinquanta, tuttavia, i numeri sperimentarono una rapida impennata: nel 1955 i partecipanti raggiunsero le 7.200 unità e il volume d’affari si aggirò sui 39 milioni di WIR; fino alla fine del 1958 i correntisti erano aumentati a 11.600 (Lautner 1964, 48 s.,) e nel 1983 oltrepassarono la soglia dei 28.000, con una fatturazione complessiva di 432 milioni di WIR (Meierhofer 1984, 17). Dati ancor più degni di nota se si considera che in quegli anni l’apertura di un conto era riservata esclusivamente alle aziende e ai loro dipendenti. Nel corso del processo, gli elementi di economia libera promossi ai tempi della fondazione si rivelarono inapplicabili nella pratica. Fu così che nel 1952 fu approvata la corresponsione di interessi sulle quote sociali (Lautner 1964, 46), seguita a breve distanza dall’introduzione di un tasso di interesse sui crediti WIR.

Gli anni Novanta furono testimoni di una netta soluzione di continuità nella storia dell’organizzazione. Il segno più evidente visto dall’esterno fu il cambio di denominazione: nel 1998, da “WIR Circolo economico società cooperativa” l’entità passò a chiamarsi “Banca WIR” e, seppur sempre sulla base dei valori e principi cooperativi, iniziò ad effettuare anche operazioni in franchi svizzeri. Studer (2006, 54, 40) vede in questo nuovo orientamento il frutto di una decisione assennata, soprattutto in considerazione della situazione di ristagno in cui vertevano all’epoca molti dei settori chiave per l’organizzazione WIR, in primo luogo il settore edile e il commercio al dettaglio. Una rapida analisi del rendiconto di gestione per l’esercizio 2012 offre un quadro dell’andamento della società da allora ad oggi. Il fatturato, pari a 1,46 miliardi di WIR, rappresenta certamente un risultato ammirevole, ma in calo rispetto al passato (WIR Bank 2013, 14). Lo stato patrimoniale mostra prestiti per un totale di 855 milioni e mette in luce un totale di bilancio che supera i 4 miliardi di franchi svizzeri (tenuto conto anche dei prestiti in WIR, WIR Bank 2013, 22); nel 1997 i prestiti ammontavano a 885 milioni di WIR (Studer 2006, 34). Le operazioni in franchi svizzeri sono accessibili a ogni cittadino residente nel territorio svizzero, laddove il sistema facente uso della valuta separata continua ad essere destinato esclusivamente alle piccole e medie imprese (al momento circa 50.000) e ai loro impiegati (oggi circa 10.000 – cfr. sito web della Banca WIR: http://www.wir.ch/it/clienti-wir/il-sistema-wir/). Da alcuni anni a questa parte, la soluzione prediletta è il credito misto in WIR e franchi svizzeri.

Oggigiorno, più che come mezzo di finanziamento, il sistema WIR è visto quale strumento di marketing (Studer 2006, 37 s.). I contatti stabiliti all’interno del circolo consentono di incrementare il fatturato a scapito dei soggetti esterni alla rete (queste le parole di Studer 2006, 41; cfr. in merito anche Lautner 1964, 51). Con una ricerca empirica incentrata sul periodo 1948-2003, Stodder (2009) ha potuto constatare che nelle fasi di depressione dell’economia convenzionale svizzera, il modello alternativo WIR ha invece vissuto momenti di particolare prosperità e sviluppo, permettendo lo sfruttamento di risorse e competenze non utilizzate. Tutto ciò dimostra che un circolo chiuso non manca certo di creare opportunità economiche. Non è, tuttavia, privo di problemi. Per fare un esempio, in passato l’amministrazione della società si è trovata ripetutamente a intervenire contro singoli aderenti che tentavano di scambiare crediti in WIR con franchi svizzeri offrendo un ribasso (Lautner 1964, 53). Il braccio di ferro si concluse nel 1973, con il divieto ufficiale del commercio di WIR con altre valute; chi contravveniva alla norma poteva essere punito con l’espulsione dalla rete (Studer 2006, 21; Heim 2003). Un esempio, questo, chiaramente indicativo delle difficoltà intrinseche alla creazione di un rapporto di equilibrio tra domanda e offerta in un sistema chiuso quale il WIR.

Le Ausgleichskassen e le Arbeitsgemeinschaften

Le Ausgleichskassen, letteralmente “casse di compensazione”, nacquero come formula per la creazione di lavoro sulla scia della crisi finanziaria del ’29, che aveva gettato l’economia tedesca in una profonda recessione. Il primo istituto di questo tipo fu fondato nell’estate del 1931 a Rendsburg (Dickel 1932, 23) e non tardò a fare scuola. In breve tempo, l’idea trovò applicazione in numerose altre località. Entro la fine nel 1931, in Germania si contavano già sedici Ausgleichskassen; nel corso del 1932 se ne aggiunsero altre quindici (J. 1933, 67; Wackerzapp 1932, 425, ricorda inoltre un modello simile sperimentato nella città austriaca di Graz).

In sostanza, le Ausgleichskassen costituivano una sorta di piano per l’occupazione finanziato con credito. Basato su un sistema di prestiti a lungo termine, il progetto passava per il potenziamento delle infrastrutture pubbliche e la promozione della costruzione di alloggi privati. La peculiarità del modello risiedeva nel fatto che il finanziamento non avveniva in Reichsmark, bensì sotto forma di accredito su un conto in “Arma”, una valuta per così dire separata che era poi utilizzata anche per pagare (almeno in parte) il salario dei lavoratori coinvolti nel progetto. Il credito era reso disponibile attraverso assegni e cosiddetti Verrechnungsscheine, ovvero “certificati di compensazione”. Si trattava, dunque, di un sistema fondato su operazioni di pagamento non in contanti, straordinariamente innovativo per l’epoca. Nella logica di funzionamento del modello, gli effetti moltiplicatori degli investimenti finanziati con credito dovevano realizzarsi attraverso gli acquisti fatti, in un primo momento, principalmente da operai edili. Il valore delle transazioni era definito in rapporto al Reichsmark o al tempo di lavoro, come avveniva nella cittadina di Opole, in Slesia, dove un’Arma corrispondeva ad un’ora di lavoro di un muratore (Godschalk 1986, 29). I crediti venivano concessi senza interessi, ma erano soggetti ad imposte piuttosto gravose. Si pensi, ad esempio, che ogni movimento aveva un costo del 2%. Ciò generava un capitale destinato da una parte a coprire le spese di gestione e dall’altra ad alimentare un “fondo di riserva” (Büsselberg 1932, 39).

I capisaldi del sistema erano già stati tracciati anni addietro da Otto Dickel in un articolo pubblicato tra il 1922 e il 1923 (riprodotto in Herpel 1932, 21-23). Sia Herpel, cofondatore della Ausgleichskasse di Rendsburg, che Dickel erano figure di rilievo nella difesa dei diritti politici nella Repubblica di Weimar (in relazione a Dickel, oppositore di Hitler e del partito nazionalsocialista fin dai primi anni, cfr. Auerbach 1996, 29-31). Nel complesso, a ogni modo, i sostenitori del progetto provenivano dai più diversi settori della realtà sociopolitica della Germania del tempo e godevano di una notevole influenza a livello politico (J. 1933, 67). A guardare con particolare interesse all’idea delle Ausgleichskassen, spesso denominate Arbeitsgemeinschaften (letteralmente “comunità di lavoro”), erano le amministrazioni comunali. Uno dei pionieri di questa ala del movimento, il presidente del distretto dell’Alta Slesia Wackerzapp, era membro del partito socialdemocratico.

Ausgleichskassen e Arbeitsgemeinschaften furono presto sommerse da un’ondata di critiche. Gerlich, ad esempio, condannò le dottrine che predicavano le qualità delle operazioni di pagamento non in contanti tacciandole di “eresia” (Gerlich, Titolo 1932; inoltre, tra gli altri, Oberascher 1933; J. 1933). Dal canto suo, Rittershausen (1933) – il quale, è opportuno precisarlo, era un sostenitore della pluralità delle valute così come intesa e difesa più tardi da Hayek (1976) – fece notare che nella sostanza i crediti scritturali delle Ausgleichskassen altro non erano che obbligazioni a lungo termine e sosteneva, dunque, la necessità di fissare un prezzo di emissione. A suo dire, poiché tale prezzo di emissione avrebbe naturalmente dovuto essere sotto la pari, era impossibile che si generasse un circuito autonomo e indipendente; i piccoli commercianti non sarebbero riusciti a sfruttare il proprio credito (Rittershausen 1933, 581). I fautori del modello delle Ausgleichskassen, al contrario, sottolineavano che i crediti erano accompagnati da garanzie più che sufficienti (Wackerzapp 1932, 426, e Herpel 1932, 19 e 63). Si cercò, inoltre, di allargare il cerchio degli aderenti al sistema di compensazione, di coinvolgere altri settori (Büsselberg 1932, 36s.) e di istituire un ufficio di clearing nazionale (Rittershausen 1933, 578; Dickel 1932, 26). In breve, però, ci si scontrò con i limiti propri di un circuito non chiuso: ai partecipanti non veniva permesso di effettuare apporti in contanti in Reichsmark, i quali tornavano particolarmente utili ai commercianti al minuto (Wackerzapp 1932, 427).

La posizione della Banca Centrale tedesca (Reichsbank) ebbe un ruolo decisivo nella storia delle Ausgleichskassen. Witte, rappresentante dell’istituzione, non mancò di esprimere la propria comprensione per le difficili condizioni in cui versavano le autorità comunali, costrette a far fronte a spese sempre più ingenti con entrate in costante calo. Puntualizzò, tuttavia, che ciò non dipendeva da un problema economico-monetario e manifestò la sua netta disapprovazione nei confronti del modello (Witte 1933, soprattutto 95, 107). Di lì a poco, furono approvate tutta una serie di ordinanze che smantellarono progressivamente l’impianto legale alla base delle Ausgleichskassen, fino a che, il 18 marzo 1933 (Witte 1933, 100-102), fu definitivamente sancito il naufragio del breve esperimento. In un certo modo, tutto ciò era incoerente, in quanto il Governo del Reich aveva fatto finanziare le misure per la creazione dei posti di lavoro per mezzo dell’emissione di cambiali pubbliche coperte, causando così un notevole aumento della massa monetaria. Questa pratica incontrò la resistenza della Reichsbank fino al 1932 ed oltre e sarà solo a partire dal 1934 che ne divenne la sua politica ufficiale (Reiß 2007).

Pare, effettivamente, che il sistema presentasse una molteplicità di carenze. Per esprimere un giudizio definitivo in merito, tuttavia, occorrerebbe eseguire uno studio sistematico di questa particolare pagina della storia degli strumenti alternativi alla moneta ufficiale.

 

Il Bethel-Mark

Moneta comunitaria ancora oggi in uso – seppur con un nome diverso, ovvero Bethel-Euro –, il Bethel-Mark nacque nel lontano 1908 presso l’istituto Bethel, struttura fondata dalla Chiesa evangelica per fornire trattamento e assistenza a soggetti affetti da varie patologie, prima fra tutte l’epilessia. Dopo l’apertura nel 1867 di un primo centro di cura nei pressi di Bielefeld, nel corso dei decenni successivi la clinica venne progressivamente ampliata fino a trasformarsi in un complesso di notevoli dimensioni. Già nel 1909 a Bethel risiedevano 2.852 pazienti (Korn 1998, 142, che cita il rapporto di gestione dell’anno in questione). Il progetto si estese a breve ad altre località della Germania, dove vennero aperte diverse sedi distaccate. Un tale sviluppo risulta comprensibile solo se valutato nel contesto storico in cui si inscrive: il rapido processo di industrializzazione, che interessò l’impero tedesco nella seconda metà del XIX secolo, portò a condizioni di estrema precarietà, rese a volte più acute dalla distanza del luogo di lavoro dalla propria abitazione che rendeva spesso impossibile la permanenza di persone disabili nel nucleo familiare.

Nel periodo tra il 1872 e il 1910, la direzione di marcia dell’istituto Bethel fu sostanzialmente dettata dall’allora direttore Friedrich von Bodelschwingh. Stabilito che ad ogni residente del centro dovesse essere offerta un’occupazione adeguata alle sue capacità (Korn 1998, 46), Bodelschwingh non celò la propria avversione verso il lavoro a domicilio di natura industriale e promosse, invece, le attività di giardinaggio e il lavoro nei campi nonché l’apertura di una molteplicità di botteghe. Tali esercizi rivestivano, non da ultimo, un importante ruolo economico, giacché le rette versate dai familiari e dai comuni di origine per le spese di assistenza medica e il ricavato delle donazioni non erano sufficienti a coprire i costi dell’intera struttura (Korn 1998, 30-45). Col passare degli anni, lo scenario economico dell’istituto si arricchì di nuovi attori. Nel 1895, fu inaugurato un ampio emporio sul modello delle centrali di acquisto cooperative. I residenti che acquistavano presso questo centro venivano ricompensati con una partecipazione agli utili (Korn 1998, 57). Al fine di semplificare il processo, nel 1908 fu introdotta una moneta dell’istituto ad uso privato, sotto forma di buoni per l’acquisto di merci. Ottenibili dietro pagamento in valuta legale, tali buoni si differenziavano dalla moneta ufficiale in quanto davano diritto, appunto, alla partecipazione agli utili (Korn 1998, 58). In un secondo momento, si decise di impiegare la moneta interna anche per il pagamento dei salari, pratica che contribuì a migliorare l’integrazione tra i singoli settori economici dell’istituto e tra le due diverse dimensioni di produzione e consumo così come ad evitare un deflusso del potere d’acquisto. Nel periodo dell’iperinflazione (1923-1924) e durante la crisi economica dei primi anni Trenta, tutte le retribuzioni dei pazienti attivi e parte dei salari e degli stipendi degli impiegati, dei dipendenti e dei lavoratori venivano corrisposte in Bethel-Mark (Korn 1998, 71-73), fatto che provocò non poche proteste da parte dei commercianti di Bielefeld, i quali lamentavano perdite di fatturato. Si temeva, inoltre, che il divieto emanato dal governo centrale circa l’emissione di denaro di emergenza si estendesse anche al Bethel-Mark. A fare chiarezza sulla questione fu uno scritto del Ministro delle Finanze datato 15 febbraio 1932, nel quale si affermava espressamente che la moneta di Bethel non costituiva una forma di denaro di necessità, “alla luce” – queste le parole del ministro – “della ristretta cerchia di persone che ne fanno uso” (Korn 1998, 74).

Se il modello di Bethel abbia ispirato esperienze analoghe è, ad oggi, questione poco nota. Immagini pubblicate da Klucken (s.a.) su un sito web mostrano varie monete un tempo in uso nella clinica psichiatrica di Warstein. La medesima fonte riferisce anche dell’esistenza di un sistema monetario interno alla casa di cura regionale di Haldem.

Nel 1948, parve che la storia della moneta complementare di Bethel fosse giunta al termine. De iure, il Bethel-Mark esisteva quale buono merci legato direttamente al Reichsmark. Quando questo, con la riforma monetaria del dopoguerra, cessò di avere corso legale, anche la moneta privata dell’istituto venne ritirata dalla circolazione. Nel 1954, a ogni modo, si decise di ripristinarla. Tra le ragioni principali vi fu la volontà di garantire al personale del centro una qualche facilitazione. I lavoratori di Bethel percepivano un reddito assai modesto; con i buoni merci si dava loro accesso a uno sconto sugli acquisti effettuati nei grandi magazzini, dal barbiere, in panetteria e in macelleria, come pure nei negozi e nelle botteghe artigiane della comunità (Korn 1998, 99-101).

Negli ultimi anni, l’importanza della moneta di Bethel si è vista fortemente ridimensionata (Korn 1998, 107). La causa è da ricercare innanzitutto nella riorganizzazione della divisione di psichiatria: l’abbandono del modello di sistemazione centralizzata di tutti i pazienti ha, infatti, cambiato il profilo dei soggetti ricoverati a Bethel, i quali, oggi, sono quasi esclusivamente persone affette da patologie gravi, incapaci di svolgere un’attività lavorativa. Ciononostante, dall’adozione della moneta unica europea sono stati stampati buoni per un valore di 500.000 euro e oltre 10.000 dipendenti e circa 10.000 pazienti hanno continuato ad utilizzare questo strumento di pagamento. L’emissione dei biglietti è prerogativa della cassa di risparmio locale, presso la quale è possibile acquistare 105 Bethel-Euro al prezzo di 100 euro (Morgenpost 2001).

Le Tauschzentralen

Nati in Austria e in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale e mantenuti in attività nel periodo immediatamente successivo alla conclusione del conflitto, le Tauschzentralen, letteralmente “centrali di scambio”, e i Tauschringe, ovvero “circoli di scambio”, sono stati a lungo oggetto di scarsa attenzione da parte della ricerca storica. Se lo sguardo degli studiosi si è orientato verso questa realtà quasi caduta nell’oblio è stato per effetto dell’interesse suscitato dai sistemi monetari e di scambio di recente creazione. Il ruolo di pioniere è da attribuire a Schneider (1996), che si imbattette nel tema durante i suoi lavori di ricerca sui sistemi di “baratto commerciale”. Un’esperienza analoga a quella vissuta dall’autore del presente articolo, che con la sintetica trattazione proposta in questa sede rimanda a un più ampio progetto di ricerca che si propone di far luce sulla questione (cfr. titolo di lettura introduttiva Schröder 2013).

Istituite in un periodo di emergenza e necessità, le Tauschzentralen offrivano una piattaforma per lo scambio di beni di consumo tra privati. Il funzionamento del sistema può essere riassunto come segue. In primo luogo, si procedeva alla valutazione della merce offerta, il cui valore veniva espresso in Reichsmark in funzione dei prezzi del 1938. Se il proprietario del bene si diceva d’accordo con il prezzo stimato, aveva il diritto di scegliere merci del valore equivalente tra quelle in offerta presso la centrale. Questa poteva svolgere il ruolo di intermediario, nel qual caso richiedeva il pagamento di una commissione, oppure intervenire in qualità di venditore o acquirente. Nel caso in cui i beni desiderati non fossero stati immediatamente disponibili, alla persona veniva accreditato l’importo dovutole, affinché ne usufruisse in un secondo momento (Schneider 1996, 123).

Forme primitive di Tauschzentralen erano sorte già all’indomani dello scoppio della guerra. Sin dai primi tempi, avevano cominciato a scarseggiare beni di prima necessità, quali scarpe e calzature per la popolazione civile. Il problema aveva assunto presto dimensioni tali da giustificare la nascita, nella città di Halle nell’ottobre del 1939, di un centro per lo scambio di scarpe per bambini. Ogni famiglia che avesse ceduto un paio di scarpe avrebbe avuto la possibilità di procurarsene un altro di cui aveva bisogno. Le calzature raccolte venivano riparate e disinfettate, per poi essere a propria volta messe in offerta. Stando alle parole del sindaco di Halle, May, il ventaglio dei beni oggetto di scambio fu presto ampliato: vi si aggiunsero dapprima scarpe e calzature per adulti, poi soprabiti e cappotti (May 1944, 7). Con l’avanzare della guerra, l’approvvigionamento di beni si fece sempre più difficile, tanto da determinare la nascita di centri di scambio non specializzati, le Tauschzentralen appunto. Qui, la gamma di merci comprendeva beni di consumo di ogni genere, non però prodotti alimentari né combustibili. Dopo l’apertura di una prima centrale a Königsberg nel 1942, molte altre furono create in numerose città della Germania nazista (Schroeder 2013, 246).

Le ragioni di un tale sviluppo vanno ricercate nell’estrema penuria di risorse che opprimeva il territorio tedesco ancor prima dell’inizio della guerra. Già nel tardo agosto del 1939, un lungo elenco di prodotti era sparito dal libero mercato. Per procurarsi un paio di scarpe, ad esempio, era necessario richiedere una tessera annonaria (Buchheim 2010, 305s.). Col passare degli anni, il razionamento fu esteso a numerose altre merci. Il congelamento forzato dei prezzi si tradusse di pari passo in un’inflazione strisciante. L’eccesso di liquidità e l’inefficienza del sistema statale di allocazione delle risorse portarono alla nascita di varie forme di mercato nero, che si svilupparono con un vivace dinamismo. Il regime tentò di farvi fronte con l’emanazione di provvedimenti mirati e dettagliati. Lo scambio “da privato a privato”, nello specifico, dava modo agli speculatori di insinuarsi tra le maglie del tessuto normativo, cosicché si decise, tra l’altro, di regolamentare la pubblicazione degli annunci sui giornali. Un tale contesto giustificò ampiamente la proliferazione delle Tauschzentralen, che si proponevano di essere un’alternativa legale ai vari tipi di mercato nero e grigio.

La responsabilità dell’organizzazione delle Tauschzentralen ricadeva o sullo Stato, che le gestiva per mezzo di uffici economici istituiti alla vigilia del conflitto, o sul settore privato, che interveniva spesso nella persona di commercianti al dettaglio. Un esempio di questo secondo caso si ebbe nella città di Halle, dove nel 1943 i titolari di sedici negozi specializzati, interessati ad offrire il servizio di scambio, si unirono in un cosiddetto Tauschring: il cliente che consegnasse un bene presso uno dei punti vendita aderenti al “circolo” riceveva uno “scontrino” che poteva poi far valere in uno qualsiasi degli altri quindici (May 1944, 188). A Brema, invece, si optò per la prima soluzione. Dopo qualche anno di attività, il centro locale per lo scambio di scarpe e calzature fu sostituito da una Tauschzentrale a gestione statale, che aprì i battenti il 26 luglio 1943 nei locali di un noto centro commerciale. L’iniziativa ebbe immediatamente un grande successo: già nelle prime settimane, si arrivò a contare tra le 50 e le 60 transazioni giornaliere; nei mesi successivi, il volume di affari continuò a crescere, tanto che fu necessario assumere nuovo personale; nell’autunno del ’43 vi lavoravano 23 persone (Schroeder 2013, 247). Tutto ciò, a ogni modo, non deve indurre a credere che le Tauschzentralen occupassero una posizione di primo piano nell’economia del paese: nella realtà dei fatti, non erano in grado di competere né con il regolare sistema statale né con il mercato nero. Detto ciò, è del tutto impossibile quantificare la differenza, data la sostanziale mancanza di dati che consentano di fare una stima anche solo approssimativa delle operazioni in nero nel periodo bellico.

Nella confusione delle settimane precedenti alla fine della guerra, la Tauschzentrale di Brema sospese l’attività. Tre mesi dopo l’occupazione della città da parte delle truppe alleate, le autorità americane competenti ne chiesero la riapertura, ma fu solo nell’autunno del 1945, dopo un ordine esplicito proveniente dal quartiere generale statunitense di stanza a Francoforte, che la centrale riprese effettivamente l’attività di scambio (Schroeder 2013, 248). Una testimone dell’epoca, la signora P. (classe 1932), ricorda così la propria esperienza personale: “Mi recai alla Tauschzentrale sulla Katharinenstraße e lì scambiai la mia marionetta […] per le mie prime décolleté con tacco alto. Erano blu scuro con un fiocchetto rosso e blu, parevano nuove ed erano incantevoli…” (Bruss 1989, 143). Ben presto, per disposizione degli americani, il servizio di scambio cominciò ad essere offerto non più solo dalla Tauschzentrale gestita dall’amministrazione pubblica, ma anche da negozi privati della città (Schroeder 2013, 249).

Il vigoroso sostegno delle autorità di occupazione statunitensi alle Tauschzentralen si estese ben oltre i confini di Brema. Nell’area di Stoccarda, ad esempio, gli organizzatori di un Tauschring, ovvero di una rete di Tauschzentralen gestite da privati, beneficiarono ampiamente di tale favore, che si concretizzò, tra l’altro, nell’opportunità di reclamizzare regolarmente l’iniziativa via radio (Schroeder 2013, 250). Sebbene al momento non siano disponibili informazioni particolareggiate al riguardo, si sa che molti altri centri del genere furono aperti in tutto il territorio tedesco così come nella vicina Austria (Schroeder 2013, 251 s.). In Germania, con la riforma monetaria del 1948 Tauschzentralen e Tauschringe persero la propria funzione e sparirono presto dal panorama urbano. In Austria, invece, conservarono un ruolo determinante per gran parte degli anni Cinquanta.

Per adempiere realmente al proprio ruolo di alternativa al mercato nero, le Tauschzentralen dovevano presentare una struttura e un funzionamento assolutamente ermetici. Ogni soggetto doveva essere posto di fronte ad un aut aut: prendere parte al piccolo mercato della centrale oppure operare sul mercato nero. È possibile che a far pendere la bilancia da una parte o dall’altra fosse innanzitutto la disponibilità di risorse, ma probabilmente intervenivano anche fattori di tipo diverso, come il timore di incorrere in sanzioni per la compravendita di beni sul mercato nero.

Conclusione

I sistemi di moneta complementare presi in considerazione nel presente lavoro non potevano certo essere illustrati, qui, nei minimi dettagli. Ciononostante, la trattazione che ora volge al termine è stata sufficiente a dimostrare come la comprensione di ogni singolo modello passi necessariamente per l’esame del contesto socioeconomico in cui esso è inserito. Ecco allora che si nota come nella situazione di estrema necessità che si venne a creare durante la Grande Depressione riuscì ad attecchire e a svilupparsi in Svizzera un progetto che, in una forma differente ma paragonabile, si scontrò invece con barriere legali insormontabili in Germania e in Austria. D’altro canto, in questi due paesi, il ricordo della tormentosa esperienza dell’iperinflazione di qualche anno prima (Taylor 2013) non poteva non indurre a cogliere istintivamente, seppur erroneamente, una certa somiglianza tra le monete alternative e il denaro di emergenza emesso nei primi anni Venti.

Dal punto di vista degli elementi strutturali, non c’è dubbio che al successo o al fallimento dei singoli esperimenti abbiano concorso anche aspetti monetari. Diverse ragioni e riflessioni hanno di volta in volta mosso a prediligere o, al contrario, ad evitare l’uso della moneta scritturale, da una parte, e del denaro contante, dall’altra. L’integrazione nei modelli fondati sulle teorie dell’economia libera di un meccanismo di incentivo alla circolazione, a ogni modo, non ha inciso sostanzialmente sul funzionamento del sistema: per chi vi aderiva, né il risparmio né tanto meno la tesaurizzazione erano lussi che ci si potesse permettere. Analogamente, l’imposta riscossa dalle Ausgleichskassen, che in teoria avrebbe dovuto rallentare i movimenti, non compromise affatto il progetto. Sfortunatamente, la ricerca scientifica continua a macchiarsi spesso della colpa di corresponsabile della mitopoiesi imperante in questo campo. Neppure i ricercatori che offrono contributi altamente qualificati mancano di concepire il “denaro” quale tema conduttore. Il presente lavoro si sforza, invece, di relativizzare l’importanza del “denaro”, presentandolo per ciò che esso è, ovvero un fenomeno superficiale, e contribuendo, così, alla sua deideologizzazione.

Il risultato forse più sorprendente del presente studio è la constatazione che un sistema, per avere successo, deve definire i suoi confini. Ne è un chiaro esempio il Bethel-Mark, il cui impiego fu circoscritto sin dal primo momento ad un singolo istituto. E lo è anche il circolo economico WIR, che, seppur alquanto esteso dal punto di vista geografico, trovò in altri fattori la propria linea di demarcazione, ovvero nella rigida non convertibilità con il franco svizzero e, dopo la guerra, nell’orientamento prioritario verso le piccole e medie imprese. La debolezza del WIR negli anni Quaranta mise in luce come in un contesto economico segnato dalla scarsità delle risorse fosse più adatto un modello di tipo diverso, ovvero la Tauschzentrale. Questa, d’altronde, era a propria volta una struttura rigidamente chiusa, che non accettava intrusioni da parte di soggetti operanti su mercati diversi.

Una cornice teorica che tenga conto non solo della dimensione monetaria, dunque del fattore legante, ma anche della questione della delimitazione, offre la chiave per una migliore comprensione dei sistemi di moneta complementare.

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[1] Le citazioni testuali che figurano nel presente articolo sono tratte da originali in tedesco.

Bitcoin, una grande opportunità Come la criptovaluta dovrebbe evolvere per divenire ciò a cui essa aspira

di Aurelio Riccioli, Tripartizione 01/2014

Sommario

L’interesse e le aspettative che Bitcoin sta suscitando intorno a sé sono in costante crescita. Molti vedono in questa valuta elettronica concrete possibilità di speculare e trafficare al riparo dagli sguardi inquisitori di enti governativi e di vigilanza fiscale. Altri vi intravedono il mezzo di scambio tra soggetti mutuamente cooperanti in comunità anarchiche ispirate a principi libertari in cui l’elemento statale è del tutto assente. Si potrebbe continuare ancora. In questo documento non si cercherà di provare che Bitcoin sia l’una o l’altra cosa o, meglio, tentare di stabilire in via definitiva che cosa Bitcoin attualmente sia. Molte delle riserve che vengono espresse nei confronti di questa moneta dipendono in realtà dalle lenti deformanti dei vecchi schemi di pensiero che si utilizzano per osservarla. E’ anche indubbio che le varie sfaccettature di Bitcoin dipendano, oltre che da notevoli innovazioni, anche da molto del vecchio da cui vorrebbe svincolarsi. E’ proiettata verso il futuro, ma risulta ancora impigliata nel passato. In questo documento si cercherà di mettere in evidenza questa ambivalenza ma soprattutto le opportunità che possono derivare dall’evoluzione degli aspetti realmente innovativi di Bitcoin – eventualmente in una nuova moneta – in modo da aprire prospettive inusitate e suggestive. Si cercherà cioè di evidenziare soprattutto che cosa Bitcoin potrebbe essere. Questo documento vuole essere nulla più che uno stimolo per ulteriori discussioni e approfondimenti sul tema trattato.

1. Introduzione

Per comprendere a fondo Bitcoin [1] è necessario penetrare alquanto nei dettagli del suo funzionamento. In questa trattazione si è comunque cercato di evitare argomenti troppo tecnici o comunque non funzionali all’obiettivo che ci siamo posti. Dopo una breve inquadramento storico, il paragrafo 3, spiega quindi in modo sintetico che cosa sia Bitcoin e come esso funzioni. Chi conosce già questi aspetti, può passare direttamente ai paragrafi successivi. Per chi volesse comunque addentrarsi nei tecnicismi, nell’appendice sono disponibili i dettagli implementativi del protocollo Bitcoin e dei concetti cardine su cui esso poggia (principalmente crittografia, firme digitali e altri concetti dell’informatica) [2].

2. Storia

Fig. 1. La vocazione libertaria ed anarchica di Bitcoin emerge pure in alcune sue seppur fantasiose rappresentazioni rintracciabili in rete. Nella lemniscata è scritto il numero massimo dei bitcoin in circolazione. In basso la frase “in cryptography we trust“.

Le radici di Bitcoin possono esser fatte risalire al 1982, quando apparve la prima embrionale descrizione di un sistema crittografico per effettuare pagamenti non tracciati redatta da David Chaum, un ingegnere informatico specializzatosi in crittografia. Da una rielaborazione opportunamente estesa di questa bozza, Chaum stesso realizzò nel 1990 una prima implementazione funzionante del sistema da lui ideato denominata eCash. Ma gli interessi dell’ingegnere californiano non si limitavano a meri aspetti tecnici.

Egli promuoveva anche discussioni e confronti su temi quali moneta anonima digitale e sistemi reputazionali [3] basati su pseudonimi contribuendo a rendere l’ambiente che lo circondava un ottimo incubatore per ulteriori fruttuosi sviluppi.

Ecco quindi che nei primi anni novanta iniziarono ad essere attivi soprattutto nella Silicon Valley diversi gruppi di sostenitori della crittografia come mezzo di cambiamento politico e sociale. Nel 1992 venne fondato il movimento chyper-punk [4] che si raccoglieva attorno ad una mailing list in cui venivano discussi temi tecnici legati alla crittografia, alla matematica e all’informatica, ma anche alla filosofia, alla politica, alla privacy ed altri ancora. Uno dei fondatori del movimento era Timothy (Tim) May che lavorò a lungo alla Intel come ingegnere elettronico dove, in qualità di capo della ricerca, risolse problemi di un certo rilievo nell’ambito dell’affidabilità dei circuiti integrati.

May, negli anni più impegnati del suo attivismo – dai primi anni novanta fino al 2003 anno in cui andò in pensione -, diede una impronta particolare al movimento, contribuendo a creare un ponte ideale tra il mondo della crittografia e l’anarchismo, ovvero il Cripto-Anarchismo, sorta di spazio virtuale in cui realizzare i principi dell’anarchismo. May consolidò la parte concettuale del movimento pubblicando nel 1992 il manifesto del Cripto-Anarchismo e, nel 1994, il “Cyphernomicon”, vera e propria summa dei principi teoretici di chyper-punk.

May era a tal punto persuaso dell’enorme impatto che avrebbe avuto la tecnologia crittografica digitale sulle strutture sociali di un futuro ormai prossimo, da stimarlo di portata almeno pari a quello determinato dall’invenzione della stampa:

Proprio come la tecnologia della stampa ha modificato e ridotto il potere delle corporazioni medievali e la struttura del potere sociale, allo stesso modo anche i metodi di crittografia altereranno fondamentalmente la natura delle grandi imprese e l’interferenza del governo nelle transazioni economiche. In combinazione con i mercati emergenti dell’informazione, la cripto-anarchia creerà un mercato liquido per ogni tipo di materiale che può essere trasferito in parole e immagini. [5]

Per condividere appieno l’affermazione di May bisogna sapere che la crittografia e i protocolli digitali non supportano ”solamente” lo scambio di informazioni riservate – di cui la moneta può esser vista come una una particolare specializzazione – ma possono arrivare ad implementare la stipula, la verifica e il rispetto di veri e propri contratti tra soggetti anonimi indipendentemente da enti terzi di natura statale o ad essa assimilabili. Avremo modo negli ultimi capitoli di questo documento di tornare su questo particolare aspetto e sull’utilizzo che ne viene fatto in Bitcoin.

Secondo lo stesso May, il cripto-anarchismo sarebbe in qualche modo una variante dell’anarco-capitalismo, una filosofia politica che sostiene la sovranità dell’individuo operante in un libero mercato dal quale lo Stato è stato definitivamente estromesso. I fondamenti teorici di questa corrente di pensiero possono essere ricondotti alla figura, peraltro controversa, di Murray Rothbard e in generale alla scuola economica austriaca. Come vedremo in seguito, questo legame di pensiero riemergerà quando si tratterà della creazione di moneta nel sistema Bitcoin e del suo particolare comportamento deflattivo.

Sulla strada che conduce a Bitcoin troviamo, nel 1998, a nome di Wei Dai, un articolo in cui veniva descritto un sistema « che consente ad un gruppo di pseudonimi digitali non tracciabili di effettuare vicendevolmente pagamenti in denaro e di assicurare il rispetto di contratti senza aiuti esterni ». Evidentemente ispirato dal lavoro di Tim May, Wen Dai così iniziava il proprio articolo:

Sono affascinato dalla cripto-anarchia di Tim May. A differenza delle comunità tradizionalmente associate alla parola “anarchia”, in una cripto-anarchia il governo non viene temporaneamente distrutto, ma permanentemente interdetto e reso permanentemente superfluo. Si tratta di una comunità in cui risulta vana la minaccia della violenza, perché la violenza vi è impossibile, e la violenza vi è impossibile poiché i suoi partecipanti non possono essere collegati ai loro veri nomi o alla loro ubicazione fisica. Fino ad ora non era chiaro, anche teoricamente, in quale modo avrebbero potuto operare siffatte comunità. Una comunità è definita dalla cooperazione dei suoi partecipanti, e una cooperazione efficace richiede un mezzo di scambio (denaro) e una modalità per far rispettare i contratti. Tradizionalmente questi servizi sono sempre stati erogati da un governo o da istituzioni da esso sponsorizzate dal governo e unicamente nei confronti di entità legali. In questo articolo ho descritto un protocollo con cui questi servizi possono essere forniti a delle entità non tracciabili [6]

Il ”b-money” di Wei Dai contiene l’ossatura quasi completa del protocollo sul quale da lì a poco verrà implementato Bitcoin. Nel 2008 uno sviluppatore che si fa chiamare Satoshi Nakamoto – non è ancora chiaro se si tratta di uno pseudonimo oppure di un gruppo di persone – pubblica il libro bianco del protocollo Bitcoin [7]. Il 3 gennaio 2009 nasce la rete Bitcoin e le prime monete vengono generate. Dopo un inizio incerto segnato da qualche problema di sicurezza, Bitcoin inizia rapidamente a far parlare di sé tra ulteriori cadute – la chiusura di Silk Road, sito web che vendeva droga transando Bitcoin -, bolle speculative e annunci clamorosi di aperture o chiusure nei suoi confronti da parte di enti governativi o grandi imprese commerciali. Ad aprile 2013, il controvalore dell’economia Bitcoin è stato valutato in oltre 11 miliardi di dollari.

3. Bitcoin in sintesi

Bitcoin è una criptovaluta – ovvero una moneta elettronica basata su crittografia (simbolo BTC o XTC) – implementata nel 2009 da uno sviluppatore non chiaramente identificabile che si fa chiamare con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. Il protocollo Bitcoin – le cui specifiche sono state progettate dallo stesso Nakamoto nel 2008 – prevede transazioni tra utenti di una rete di computer non gerarchizzata i cui nodi sono funzionalmente paritari tra di loro [8]. La particolare configurazione del protocollo Bitcoin rende superflua la necessità di enti terzi che garantiscano la validità e la consistenza delle transazioni. Per ottenere questo risultato, ciascun utente della rete Bitcoin deve mantenere e aggiornare sul proprio computer una copia del registro complessivo di tutte le transazioni effettuate che pertanto risultano di pubblico dominio. Ciascun utente della rete conserva i propri bitcoin in un ”portafoglio elettronico” residente sul proprio computer oppure presso istituti terzi qualificati. Il trasferimento di denaro avviene tramite transazioni crittografate tra indirizzi pubblici non riconducibili a soggetti identificabili. Sebbene pubbliche le transazioni sono di fatto anonime. Il protocollo protegge i suoi utilizzatori dalla possibilità che un utente malevolo possa spendere due o più volte la stessa moneta demandando ai singoli nodi della rete l’onere di validare le transazioni effettuate. Questo ”lavoro” viene remunerato dal protocollo Bitcoin attraverso una quantità predeterminata di bitcoin che si dimezza ogni 4 anni (attualmente vengono pagati 25 BTC). L’operazione nel gergo Bitcoin prende il nome di mining. Nel 2140, dopo che sarà stata effettuata l’ultima attività di mining, la retribuzione dell’attività “estrattiva” diverrà zero mentre la massa dei bitcoin in circolazione avrà raggiunto il suo massimo (21 milioni di BTC). Da quel momento in avanti gli utenti di Bitcoin, per incentivare i nodi della rete a continuare a svolgere la loro attività di validazione, dovranno pagare delle piccole commissioni per ogni transazione da essi effettuata.

3.1 Come utilizzare Bitcoin

Fig. 2. Client Bitcoin

Il primo passo per utilizzare Bitcoin consiste nel procurarsi il cosiddetto wallet o portafoglio che consente di accedere alla rete Bitcoin e iniziare ad effettuare transazioni. Il portafoglio consente di generare gli indirizzi pubblici che, al pari di indirizzi email, consentono di ricevere e inviare denaro. Sono disponibili vari tipi di portafogli: software, smartphone o web. I primi sono programmi da installare tipicamente sul proprio computer di casa e sono disponibili per i sistemi operativi più diffusi (Windows, Mac e Linux). Un portafoglio software ormai “classico” è il client Bitcoin originale sviluppato da Nakamoto (vedi fig. 2), ma ce ne sono ormai altri che offrono diverse funzionalità aggiuntive. I portafogli smartphone vanno installati sul proprio cellulare e consentono di facilitare i pagamenti tramite i codici QR. Infine, i portafogli web consentono di gestire i propri indirizzi attraverso siti terzi che semplificano la gestione complessiva risultando sempre facilmente accessibili sia dal computer di casa che dal proprio smartphone. Ciascun tipo di approccio offre vantaggi e svantaggi sui quali peraltro non ci si dilungherà.

Per iniziare ad utilizzare Bitcoin è necessario innanzitutto procurarsi dei bitcoin. Ci sono tre modi per farlo:

  • Acquistare bitcoin sul mercato dei cambi esattemente come si acquistasse qualsiasi altro tipo di valuta. Offrendo euro o dollari, su siti specializzati è possibile acquistare bitcoin
  • Proporsi sulla rete come venditori accettando bitcoin per i pagamenti
  • Dedicarsi alla attività di mining. Questa modalità è tuttavia ormai quasi impercorribile per chi dispone solamente di un pc casalingo anche di discreta potenza: la complessità delle computazioni richieste è tale da rendere ormai ineconomico il tentativo

Supponiamo dunque di aver acquistato dei bitcoin da un sito specializzato. Possiamo trasferire il denaro ad un nostro indirizzo dopo averlo generato attraverso il portafoglio Bitcoin con un paio di click. Questo indirizzo ci identifica univocamente come destinatari di una transazione bitcoin al pari di un indirizzo email. Presentandosi come una sequenza di caratteri alfanumerici poco parlante, è opportuno associargli una etichetta per ricordarci l’uso che vogliamo farne (ad es. “Donazioni” per identificare l’indirizzo destinato a raccoglierle se siamo una organizzazione no profit). Le best practice di sicurezza suggeriscono comunque di utilizzare un indirizzo diverso per ogni transazione. L’indirizzo è in realtà la parte pubblica di una coppia chiave pubblica-chiave privata della crittografia asimmetrica. La chiave privata viene utilizzata per firmare digitalmente le transazioni dei nostri bitcoin, in pratica per poterne disporre e per dimostrare pubblicamente di essere gli effettivi possessori di un dato indirizzo pubblico, ma il portafoglio nasconde le complessità implementative presentandosi con una interfaccia piuttosto intuitiva.

Vediamo infatti i semplici passi da compiere per effettuare un pagamento. Dopo aver aperto la finestra apposita del portafoglio (vedi ad esempio la fig. 2 nel caso del client originale), è necessario compilare i campi previsti ovvero l’indirizzo del destinatario (tipicamente si tratterà di un copia e incolla dal sito del beneficiario oppure di acquisire il relativo codice QR attraverso lo smartphone), quindi inserire una etichetta che identifichi la transazione in modo parlante (ad es. “Acquisto libri”, opzionale ma consigliato) ed ovviamente l’importo. Non appena premuto il pulsante “Spedisci”, la transazione viene propagata all’intera rete Bitcoin che la pone in uno stato provvisorio in attesa della conferma definitiva dell’operazione. In genere la rete convalida la transazione in un’ora circa.

È anche possibile creare delle transazioni con beneficiari multipli censendo ciascuno di essi nell’apposita maschera. Una volta premuto il pulsante “Spedisci”, il portafoglio sceglie secondo un proprio algoritmo l’indirizzo da cui prelevare i bitcoin disponibili (nell’ipotesi che si disponga di più indirizzi utilizzati per ricevere denaro). Di fatto gli indirizzi non sono la controparte esatta di un conto corrente e di norma non vengono acclusi nella transazione per garantire l’anonimato delle parti coinvolte (non posso sapere da chi ho ricevuto una certa somma di denaro). È più corretto riferire il concetto di conto corrente e di saldo complessivo all’insieme di tutti gli indirizzi di un portafoglio. Questo è in effetti anche il saldo che viene mostrato nella schermata principale del client Bitcoin. Completano le funzionalità, una rubrica degli indirizzi, una lista filtrabile delle transazioni effettuate ed una schermata per firmare con la propria chiave privata un dato messaggio, utile per provare di essere effettivamente i possessori di un certo indirizzo pubblico. A parte quest’ultima funzionalità, si tratta in modo molto semplificato di quanto normalmente si trova nelle interfacce degli applicativi di home banking che tutte le banche offrono ormai ai propri correntisti.

Particolare cura deve essere posta dall’utilizzatore di Bitcoin nella protezione del proprio portafoglio. Come già accennato, le chiavi private sono quanto necessario per dimostrare la paternità di una certa somma di bitcoin. Perderle significherebbe perdere irrimediabilmente il proprio denaro. È quindi indispensabile adottare una serie di precauzioni che prevedono come minimo la crittazione del proprio portafoglio e l’esecuzione di backup periodici del portafoglio stesso ovvero dell’archivio delle chiavi private.

Al momento non risultano enti od istituzioni che effettuino prestiti in Bitcoin. Del resto il protocollo, come si vedrà nel prosieguo della trattazione, incorpora dei meccanismi basati su smart contract che consentono di raccogliere denaro lanciando in rete una sorta di “sottoscrizione digitale”.

4. Il lato oscuro di Bitcoin

In questo capitolo si cercherà di mettere in evidenza quali siano le vulnerabilità del protocollo Bitcoin. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe essere immediatamente portati a pensare, ciò che qui verrà esaminato non ha nulla a che vedere con temi di sicurezza informatica, vale a dire con qualche falla del protocollo che potrebbe comprometterne il funzionamento e quindi la credibilità. E’ noto come l’efficacia degli attacchi dei pirati informatici proceda di pari passo con i progressi delle scienze informatiche volti a realizzare sistemi sempre più sicuri e protetti. E, in via di principio, è senz’altro possibile che un ”passo più lungo” degli hacker possa decretare addirittura il collasso dell’intero sistema Bitcoin anziché limitarsi ad aprirvi una falla più o meno grande. Si potrebbe anche discutere a lungo cercando di quantificare le probabilità di accadimento di un simile evento. Ma per quanto importante sia il tema sicurezza, esso ci appare tuttavia secondario per cui di buon grado lo lasceremo in consegna agli ordinari processi evolutivi e migliorativi del software.

Le vulnerabilità – potremmo anche dire le debolezze intrinseche e strutturali – del protocollo Bitcoin di cui ci occuperemo sono essenzialmente due, in certo qual modo correlate tra di loro. La prima di esse che si andrà a caratterizzare è legata alla creazione della moneta.

4.1 Una massa monetaria limitata

La remunerazione dell’attività di mining è l’unico modo per creare nuovi bitcoin. Certamente chi ha creato il protocollo Bitcoin ha dovuto affrontare un problema non banale ovvero consentire agli utenti della rete peer-to-peer di creare moneta evitando al contempo che questa generazione potesse assumere carattere inflattivo. Se ad ogni nodo della rete fosse infatti consentito di emettere moneta a volontà, l’esperimento di una criptovaluta non varrebbe nemmeno il tentativo. In Bitcoin il problema è stato risolto in modo geniale legando l’emissione di moneta ad una effettiva attività, la cosiddetta prova-di-lavoro (proof of work). L’idea in sé è sana. La remunerazione del processo di validazione svolto dai nodi della rete, rappresenta infatti la giusta contropartita per il servizio svolto, esattamente come se lo si richiedesse sul mercato. Tante ore o giorni di elaborazione, tanto denaro in cambio. E’ un calcolo che si può tranquillamente fare. Questa originale modalità di emissione ha tuttavia una problematica conseguenza: la quantità totale della moneta in circolazione è limitata per cui le necessità espansive alla fine dovrebbero spingere il sistema ad assumere un comportamento deflattivo. Nel wiki di Bitcoin, il tema deflazione è presente in diverse voci delle quali riportiamo di seguito quella che sintetizza in qualche modo la posizione “ufficiale”:

Poiché la base monetaria dei bitcoin non può essere espansa, la moneta dovrebbe essere soggetta ad una grave deflazione se iniziasse ad essere ampiamente usata. Gli economisti keynesiani sostengono che la deflazione è un male per l’economia, perché incentiva gli individui e le aziende a risparmiare denaro, piuttosto che investirlo nelle imprese e nella creazione di posti di lavoro. La scuola economica austriaca controbatte a queste critiche sostenendo che, nel momento in cui la deflazione si instaura in tutte le fasi della produzione, gli imprenditori che investono possono trarre da essa dei benefici. Ne deriva che la redditività non cambia mentre cambiano solamente la grandezze da cui essa origina. In altre parole, in un ambiente deflazionistico, i prodotti e i servizi diminuiscono di prezzo, ma allo stesso tempo il costo per la produzione di questi prodotti e servizi tende a diminuire proporzionalmente, senza effettivamente impattare i profitti. La deflazione dei prezzi incoraggia un aumento della tesaurizzazione – ovvero del risparmio – che a sua volta tende ad abbassare i tassi di interesse e ad aumentare l’incentivo per gli imprenditori ad investire in progetti di più lungo termine. [9]

Se è vero che un economista classico ha in genere della deflazione una sorta di horror vacui, nondimeno è indubbio che le peggiori crisi finanziarie siano state proprio quelle che hanno manifestato un carattere deflattivo. Inoltre è opinabile che la scuola economica austriaca, per quanti contributi teorici positivi possa aver prodotto, su questo specifico tema sia riuscita ad avere l’ultima parola. Lo stesso wiki di Bitcoin riporta in merito diverse voci fuori dal (suo) coro e sull’argomento in rete si stanno sviluppando diverse discussioni che lasciano intendere come la questione sia in realtà ancora aperta o come sia quantomeno azzardato ritenere senz’altro vantaggioso il futuro comportamento deflattivo di Bitcoin.

4.2 La possibilità di accumulo

Fig. 3. Andamento del prezzo di mercato di Bitcoin da febbraio 2012 a febbraio 2013 in dollari (fonte blockchain.info).

Per introdurre ora quella che abbiamo individuato come seconda vulnerabilità di Bitcoin, consideriamo da un lato, come le possibilità di spendere bitcoin siano ad oggi alquanto limitate – per rendersene facilmente conto basti considerare la lista delle imprese che in tutto il mondo accettano pagamenti in bitcoin – e dall’altro, come il controvalore dell’economia Bitcoin abbia già superato i 6 miliardi di dollari (novembre 2013). In un contesto del genere, non dovrebbe sorprendere più di tanto che una interessante analisi quantitativa delle transazioni di Bitcoin concluda che “la maggior parte dei bitcoin estratti restano dormienti in indirizzi che non hanno mai partecipato ad alcuna operazione in uscita” [10]. Proprio le discussioni sviluppatesi in rete su questa analisi appaiono oltremodo interessanti e sintomatiche: diversi sostenitori della criptovaluta argomentano che, se questo interesse primariamente speculativo nei confronti di Bitcoin debba essere proprio considerato un male, ebbene è un male necessario per poter consentire alla criptovaluta di diffondersi estesamente. Fanno poi notare che, analogamente alle monete a corso legale tradizionali, anche Bitcoin assolve alla funzione di riserva di valore ovvero può essere tesaurizzata e ciò viene riportato come elemento a favore della criptovaluta.

Il lettore si potrebbe ora giustamente ben sorprendere che sia stata classificata come vulnerabilità una caratteristica che Bitcoin condivide con le altre monete di tipo tradizionale. Il motivo diverrà tuttavia chiaro nel proseguio della trattazione. Per il momento consideriamo come tutto questo non sia null’altro se non la cartina tornasole di come Bitcoin sia una moneta proiettata verso il futuro ma che condivida ancora molti di quegli aspetti delle monete tradizionali dalle quali vorrebbe distanziarsi proponendosi come loro rivoluzionaria alternativa.

Non vorremmo tuttavia apparire ingenerosi nei confronti di Bitcoin, che invero ci appare come un grandioso edificio di pensieri ed ingegnose soluzioni. Ma affinché essa possa effettivamente adempiere alla propria vocazione libertaria, essa deve necessariamente evolvere creando un ulteriore discontinuità concettuale con le monete tradizionali andando alla fonte della declinazione economica del pensiero da cui trae le proprie origini.

5. La moneta deperibile dell’anarchismo tedesco

Nell’introduzione storica abbiamo messo in luce come Bitcoin affondi le proprie radici nel cripto-anarchismo sviluppatosi, a partire dagli anni ’80 del secolo passato, soprattutto grazie ad attivisti provenienti dalle facoltà di ingegneria elettronica ed informatica dei campus californiani. Un movimento per i cui militanti l’intuizione della portata potenzialmente rivoluzionaria delle tecniche crittografiche in forma di comunità virtuali ispirate a principi libertari, aveva idealmente dischiuso le porte del mondo dell’anarchismo. Di quest’ultimo tuttavia sembrerebbe che i cripto-anarchisti abbiano preso come riferimento teorico soprattutto la variante anarco-capitalista riconducibile alla figura di Murray Rothbard e altri esponenti della scuola economica viennese, ma che non siano entrati in contatto con le concezioni economiche sviluppatesi nel seno dell’anarchismo europeo di inizio ‘900 e che ebbero una certa risonanza anche negli Stati Uniti.

5.1 Silvio Gesell e lo Schwundgeld

Negli anni Trenta e Quaranta del ‘900 si diffusero infatti negli Stati Uniti e in Canada almeno una quindicina di monete complementari modellate sullo Schwundgeld, letteralmente il “denaro-che-svanisce”, noto anche come “denaro bollato” o “moneta stampigliata”, creato da Silvio Gesell e protagonista in Austria nel 1936 del noto “esperimento di Wörgl”. Anche il noto economista statunitense Irving Fisher, che aveva riconosciuto valida l’idea del decumulo monetario o demurrage, elogiò e promosse le repliche americane della moneta geselliana.

Senza ora addentrarci in una lunga disamina teorica del demurrage [11], il meccanismo del decumulo sviluppato da Gesell, in estrema sintesi, consiste in una tassa sulla liquidità da pagarsi periodicamente allo Stato sotto forma di un “bollino” da applicare sul verso della carta moneta per mantenerne invariato il valore nominale. Passata la data di scadenza del periodo di riferimento – ad esempio ogni mese per un importo dell’1% del valore facciale -, una banconota priva del bollino non avrebbe alcun valore. La tassa potrebbe essere raccolta anche diversamente, ad esempio attraverso un prelievo automatico dai conti correnti o in altro modo ancora. Per evitare di pagare la tassa periodica i possessori di moneta sono quindi incentivati a conservarla il meno possibile. Il flusso di moneta che si genera viene impiegato dallo Stato che tipicamente lo utilizzerà per effettuare investimenti pubblici tesi al raggiungimento della piena occupazione.

Il decumulo monetario pone dunque termine alla stagnazione del capitale nell’organismo economico. Per usare una immagine, è come se in quest’ultimo iniziasse ad aumentare la ‘temperatura’ e le ‘raggelate’ immobilizzazioni monetarie cominciassero a liquefarsi e a scorrere; le rendite che intasano improduttive il tessuto economico si scioglierebbero e, spinte dall’aumentata velocità di circolazione del flusso monetario, andrebbero a cercarsi degli sbocchi sotto forma di nuovi investimenti i quali genererebbero a loro volta ulteriore occupazione.

Tuttavia lo Schwundgeld, almeno nella formulazione originaria di Gesell, non impedisce i comportamenti speculativi degli operatori economici, manifesta una spiccata propensione a generare inflazione e, soprattutto, non affronta in modo adeguato il problema del credito, di come cioè si generi nuova moneta. Da questo punto di vista Gesell rimane su posizioni tradizionali e non immagina nulla di diverso della ‘solita’ banca centrale che emette moneta in regime di monopolio per conto dello Stato.

Serve dunque una revisione ed una evoluzione dello schema geselliano quale è possibile reperire solamente nell’ambito del pensiero sociale del filosofo austriaco Rudolf Steiner. Molto meno noto di Gesell e quasi sconosciuto negli ambienti anarchici e libertari nonostante i suoi legami con l’anarchismo tedesco [12], Steiner elabora, nel periodo che segue la Prima Guerra mondiale, una innovativa riforma monetaria come parte di una più complessa e articolata riforma sociale che egli denomina tripartizione dell’organismo sociale.

5.2 L’evoluzione dello Schwundgeld: il denaro d’acquisto, il denaro di dono e il denaro di prestito

Nel circuito steineriano, lo schema di Gesell deve essere sottoposto a due sostanziali modifiche [13]. La prima di esse riguarda l’attore sociale deputato alla raccolta dei “bollini” ovvero al destinatario finale del decumulo monetario. In accordo con la separazione funzionale dei domini economico, statale e culturale propri alla tripartizione sociale steineriana, il decumulo non deve essere gestito dallo Stato. Anzi, lo Stato deve essere del tutto escluso dall’ambito economico. Deve infatti limitarsi a far rispettare le leggi senza intervenire direttamente nella vita economica.

Il decumulo monetario nel circuito steineriano deve invece essere destinato a nutrire la sfera culturale dell’organismo sociale che risulta costituita da tutte quelle istituzioni che non appartengono né alla sfera statale né a quella economica: ospedali, scuole, fondazioni culturali, teatri, università, etc.. tutto ciò che tipicamente rappresenta un centro di costo, l’elemento ineconomico del sociale.

Che il decumulo raggiunga una certa istituzione culturale piuttosto che un altra dipende dalla libera volontà di chi si trova a doverlo versare. Quando pago il “bollino” decido anche a chi devolvere il relativo importo. In questo modo nell’organismo sociale può costituirsi una libera vita culturale fondata su sé stessa ed indipendente sia dalla sfera statale che da quella economica. La funzione di redistribuzione esce dalla sfera statale e, in conformità con il carattere libertario della tripartizione sociale, viene posta in capo alla società civile.

Il decumulo agisce su tutto il circolante ma è possibile preservare i risparmi dai suoi effetti consegnandoli alle banche che, per non dover sostenere i costi del bollino, provvederanno ad investirli opportunamente. Per il depositante la conseguenza sarà quella di poter “congelare” i suoi risparmi alla data del deposito e di demandare ad altri l’onere del decumulo.

Steiner distingue dunque la moneta che ordinariamente utilizziamo come mezzo di scambio e che denomina denaro d’acquisto, da quella originata dal decumulo: il denaro di dono o “denaro vecchio”. È importante sottolineare come il concetto di denaro di dono non abbia nel disegno steineriano alcuna connotazione moraleggiante svolgendo questo denaro una specifica funzione economica.

La seconda modifica da apportare allo schema dello Schwundgeld riguarda la sua natura tendenzialmente inflattiva legata in parte all’aumentata velocità di circolazione e in misura maggiore alla natura della sua emissione che rimane di pertinenza di una banca centrale che continua a vivere nell’orbita della sfera statale.

Di fatto, a Gesell sfugge completamente un aspetto fondamentale della moneta che si manifesta con la nascita delle banche d’investimento. Fenomeno che non passa invece inosservato a Joseph Schumpeter, anch’egli legato in qualche modo alla scuola economica austriaca, il quale nella sua “Teoria dello sviluppo economico” del 1912, individua l’elemento dinamico in grado di far compiere ad un sistema stazionario – il sistema geselliano – quel salto quantico in grado di assicurargli nuovo sviluppo e progresso, “una innovazione non meno potente dell’elettricità per spiegare la seconda rivoluzione industriale” come ebbe a dire in seguito l’economista Aleksander Gerschenkron.

Per Schumpeter quindi, e anche per Steiner, il fattore decisivo che permette ad un sistema di uscire dallo stato stazionario è il credito che non deve però essere inteso come semplice raccolta di “denaro d’acquisto”. Si tratta di un denaro diverso da quello che normalmente si utilizza per scambiare beni e servizi. Si riferisce sí a beni e servizi, ma non a quelli attuali, bensì a quelli futuri, quelli cioè che verranno realizzati attraverso una iniziativa imprenditoriale oppure attraverso una trasformazione di processi esistenti operata ad esempio da un tecnico specializzato. In generale per ciò che riguarda i più alti risultati conseguiti nella trasformazione del lavoro da parte dello Spirito, ovvero dai talenti e dalle capacità individuali. Il denaro che serve a questo scopo non ha legami con la massa attuale del circolante, riguardando la sua relazione solo i beni e i servizi futuri che ha potere di far sorgere nel futuro. La sua giustificazione non va ricercata nel presente ma nei futuri bisogni della comunità che è necessario anticipare oggi.

Steiner denomina questo denaro d’investimento come denaro di prestito o anche “denaro giovane”. Esso è lo strumento monetario che viene messo a disposizione dell’imprenditore affinché egli possa assolvere alla sua funzione creatrice di valori mentre le banche d’emissione o d’investimento sono l’attore sociale preposto alla sua erogazione. Accertate capacità gestionali e credito personale inteso come solida reputazione e affidabilità, sono le garanzie che queste banche richiedono all’imprenditore. Nelle mani di imprenditori capaci il denaro di prestito porta ad esistenza nuove realtà economiche, quindi, trasformandosi in capacità di spesa delle famiglie attraverso i salari, attraverso i pagamenti dei fornitori, etc., lentamente esso si trasmuta in denaro di acquisto il quale a sua volta con il decumulo diventa denaro di dono. Attraverso le spese delle istituzioni culturali, il denaro di dono rientra presso le aziende e da qui presso le banche d’emissione che li distruggono senza danni per gli equilibri monetari del sistema. E’ necessario tenere presente tuttavia che i tre denari non sono fisicamente distinti. Sono la stessa moneta che assume funzioni diverse a seconda di quanto sia vicina o lontano il passaggio del decumulo.

L’erogazione del denaro di prestito, come ha chiarito l’economista Geminello Alvi, compete a banche d’emissione operanti in regime di free banking. Non una unica banca centrale quindi, ma più istituti d’emissione in concorrenza tra loro è ciò che impedisce alla circolazione monetaria steineriana di assumere un comportamento inflattivo.

Completa il disegno steineriano una ulteriore riforma dei mercati finanziari per limitare al massimo i comportamenti speculativi e l’introduzione di associazioni economiche per consentire alle banche di calibrare al meglio i loro investimenti. Le associazioni economiche riunendo rappresentanti dei produttori, dei consumatori, dei commercianti e degli addetti alla circolazione delle merci, avrebbero il compito di fornire al sistema creditizio gli elementi necessari per valutare opportunamente il finanziamento delle sole produzioni che servono a coprire i bisogni effettivi della comunità.

6 Verso una nuova criptovaluta, anzi tre

Si tenterà ora di descrivere le modifiche da apportare a Bitcoin – oppure da implementare in una nuova criptovaluta da esso derivata – per indirizzare almeno parte dei temi che abbiamo esaminato nei capitoli precedenti. Chiaramente non si potrà che fornire degli accenni e formulare ipotesi da sviluppare ulteriormente.

Innanzitutto dobbiamo rilevare che esiste già – tra le innumerevoli criptovalute che stanno spuntando come funghi – un fork del progetto Bitcoin che implementa lo schema geselliano del decumulo: Freicoin.

6.1 Freicoin

Freicoin è una criptovaluta che implementa il decumulo geselliano attraverso una modifica del protocollo Bitcoin da cui deriva. Il tasso del decumulo è al momento fissato intorno al 5% annuo. Non c’è tuttavia alcun modo per indirizzare il decumulo a qualche beneficiario di propria scelta, il prelievo viene infatti effettuato in modo automatico.

L’introduzione del decumulo comporta necessariamente una revisione dei meccanismi che in Bitcoin generano nuova moneta. A tal proposito, i creatori di Freicoin obiettano innanzitutto, non senza ragione, che sebbene l’attività dei miners sia indispensabile per garantire la sicurezza delle transazioni, non è tuttavia necessario consumare ingenti quantità di beni reali – elettricità, hardware, etc. – per emettere il 100% della moneta. In Freicoin è previsto quindi che solo il 20% della moneta totale possa venir estratto attraverso l’attività di mining. Il rimanente 80% viene creato da subito e messo interamente a disposizione di una organizzazione no-profit creata ad hoc, la Fondazione Freicoin la cui mission è “creare un mondo in cui valute complementari non usurarie ispirate all’opera di Silvio Gesell divengano ordinaria realtà attraverso lo sviluppo economico, l’azione caritativa, ed il sostegno ai ‘beni pubblici’ che generano prosperità duratura attraverso lo sviluppo sostenibile“.

La Fondazione ha il compito di distribuire quanto si trova nella sua disponibilità entro i primi tre anni di vita di Freicoin (la distribuzione dovrebbe concludersi presumibilmente nel 2016). Trascorso questo periodo, sarà stata generata una massa monetaria finita pari a 100 milioni di freicoin.

Con Freicoin si torna dunque ad una centralizzazione dell’emissione ma la Fondazione nelle intenzioni dei suoi creatori dovrebbe avere carattere transitorio. L’obiettivo è senz’altro quello di rendere Freicoin una moneta completamente peer-to-peer e decentralizzata ma non prima di aver individuato dei meccanismi efficaci che consentano di impiegare la moneta emessa in accordo con la mission della Fondazione. Sarà possibile svincolare Freicoin da una emissione centralizzata solamente se si riuscirà a dare soluzione a questi problemi:

  1. come destinare il decumulo ad organizzazioni no-profit (ovvero istituzioni appartenenti alla sfera culturale secondo lo schema della tripartizione sociale) senza che si creino illeciti – banalmente un utente fraudolento potrebbe destinare a se stesso il demurrage anziché ad una istituzione culturale
  2. individuare un meccanismo alternativo – o meglio – complementare al mining per generare nuova moneta. Una volta trovato questo meccanismo si tratta di capire come ripartire la generazione di moneta tra mining e questo meccanismo alternativo

Una duplice sfida particolarmente impegnativa: Freicoin dovrebbe, da una parte, rendere la gestione delle donazioni simile a quella di monete complementari come il Chiemgauer [14] e, dall’altra, risolvere in modo efficiente il problema della creazione di nuova moneta. Il tutto possibilmente senza ricorrere ad “enti centrali”.

6.2 Una proposta: bitmercor, bitdonor e bitinvor

E’ verosimile che le soluzioni ai problemi di cui sopra siano difficili da trovare fino a quando le si cerchi all’interno di un unico sistema. Ma la circolazione monetaria steineriana descritta nei paragrafi precedenti, può forse fornirci la chiave per abbozzare uno scenario di più ampio respiro all’interno del quale Freicoin possa evolvere.

La moneta che circola in Bitcoin-Freicoin è infatti ciò che secondo Steiner è denaro d’acquisto, denaro da utilizzarsi come puro mezzo di scambio. Chiameremo bitmercor [15] il dominio funzionale che origina dalla circolazione di questa moneta. E’ il dominio funzionale del puro scambio di valori e il funzionamento attuale del protocollo Bitcoin gli è sufficiente.

Chiaramente anche l’ordinaria circolazione monetaria di Freicoin è bitmercor ma, con il decumulo, essa introduce implicitamente un altro dominio funzionale che chiameremo bitdonor. Questo dominio si occupa di regolare la destinazione del demurrage ma lo fa con regole sue proprie che potrebbero richiedere l’introduzione di un nuovo protocollo, distinto da quello di Bitcoin-Freicoin.

Bitdonor in quanto espressione della società civile intesa nell’accezione di Nicanor Perlas, ovvero come terzo arto sociale accanto a Stato e mercato, dovrebbe occuparsi di:

  • pubblicare un registro di tutte le istituzioni che possono essere destinatarie del decumulo del denaro di acquisto
  • a fronte di una richiesta esterna, certificare che una data istituzione appartenga effettivamente a quel registro
  • definire le modalità per consentire ad un nuovo soggetto di far parte dei destinatari del denaro di dono
  • monitorare il continuo rispetto dei requisiti etici inizialmente richiesti e l’effettiva mission sociale delle istituzioni registrate
  • sanzionare e, nei casi più gravi, espellere le istituzioni che venissero meno alla vocazione sociale inizialmente dichiarata

Fig. 4. Nel dominio bitinvor si trovano gli enti (i1, i2, i3…) che gestiscono l’emissione il credito per finanziare nuove imprese. Il denaro fluisce nel dominio bitmercor e ivi vi si trasforma come denaro d’acquisto. Il decumulo viene inoltrato alle istituzioni culturali previa verifica presso uno dei pubblici registri d1, d2, d3 di bitdonor che il destinatario sia una istituzione culturale accreditata.

Bitdonor potrebbe organizzarsi anch’essa come una rete peer-to-peer e adottare un protocollo simil-Bitcoin per assolvere i compiti ad essa richiesti. Ad esempio la generazione della chiave pubblica che identifica una data istituzione culturale potrebbe essere il risultato di un processo di raccolta di un certo numero di consensi, superati i quali l’istituzione può considerarsi accreditata. Il meccanismo di verifica delle istituzioni già registrate potrebbe inoltre avvalersi di un sistema reputazionale che attribuisce una certa percentuale di “affidabilità etica” alla istituzione accreditata. Al di sotto di una certa soglia, l’istituzione potrebbe venire automaticamente esclusa dalle donazioni, temporaneamente o definitivamente. Infine, per sostenere economicamente bitdonor nei suoi compiti istituzionali, si può prevedere di stornare una quota parte delle donazioni a titolo di rimborso spese.

Ma come dovrebbe interagire bitmercor con bitdonor? Il protocollo Bitcoin supporta l’implementazione di smart contracts. Di questi, nella documentazione di Bitcoin compare un esempio che descrive l’interrogazione di un oracolo, ovvero un sistema esterno che è in grado di rispondere vero o falso ad una richiesta posta da una transazione Bitcoin. La risposta dell’oracolo è vincolante per finalizzare con successo la transazione. Dunque:

  • bitmercor impone che per pagare il demurrage, venga specificata una transazione di importo corrispondente ad una istituzione culturale a scelta dell’utente pagatore
  • il pagatore inserisce la chiave pubblica dell’istituzione di sua scelta nella transazione che paga il demurrage
  • il protocollo di bitmercor richiede all’oracolo di bitdonor di certificare che il destinatario sia correttamente accreditato: se l’oracolo risponde affermativamente, il demurrage viene trasferito, altrimenti la transazione fallisce e il pagatore deve scegliere un’altra istituzione

Il circuito bitmercor dovrebbe anche occuparsi di verificare che i donor possano essere spesi una e una sola volta ed esclusivamente da parte di utenti registrati presso bitdonor, che siano cioè istituzioni culturali e non altri soggetti.

Quanto appena esposto dovrebbe indirizzare il primo dei due punti che Freicoin dovrebbe risolvere. Rimane ora da affrontare il complesso problema dell’emissione monetaria. Forse si sarà notato che le difficoltà proprie del dominio bitmercor sono in genere riconducibili a problemi fondamentalmente tecnici o comunque indirizzabili attraverso elaborazioni elettroniche automatiche. Tale era infine la natura del problema della validazione della catena dei blocchi di Bitcoin.

Ma con il dominio bitdonor già si inizia ad aver a che fare con temi che non sono più facilmente gestibili attraverso mere soluzioni informatiche. Valutare se una istituzione culturale possieda o meno i requisiti per avere accesso ai donor può essere il risultato di un processo informatico ma esso presuppone più una istituzione ben individuata che non una rete peer-to-peer.

Ciò è ancor più vero per quanto riguarda l’emissione monetaria. Abbiamo visto nel paragrafo dedicato all’evoluzione steineriana dello schema geselliano come l’emissione monetaria venga gestita da diverse banche d’emissione in regime di free banking. Oggi il sistema bancario è oggetto di dure critiche che, a ragione, stigmatizzano l’agire fin troppo cinico e spregiudicato di istituzioni che hanno del tutto dimenticato la propria funzione sociale e si sono deformate sotto il peso della ricerca esasperata della massimizzazione del profitto. Ma non si può pensare di buttare via il bambino assieme all’acqua sporca. Le banche d’emissione dovrebbero agire come una sorta di organo di percezione sociale alla ricerca di validi imprenditori cui affidare il credito necessario per anticipare la creazione futura di beni e servizi. Si tratta di una funzione importante e delicata che richiede moltissima esperienza e capacità specifiche che difficilmente possono essere surrogate da una rete peer-to-peer di soggetti eterogenei privi delle necessarie competenze. Al momento appare francamente difficile che si possa in modo appena soddisfacente indirizzare questo tema senza presupporre una qualche replica della funzione bancaria che si occupi dell’emissione del denaro di prestito alle imprese. Se denominiamo bitinvor tale dominio funzionale (vedi fig. 4), esso dovrebbe avvalersi di diversi enti operanti in qualità di banche. Una modifica opportuna del protocollo Bitcoin-Freicoin dovrà consentire agli enti di bitinvor di erogare l’importo del finanziamento ad un imprenditore ex-nihilo, esattamente come oggi avviene quando il protocollo remunera i miners.

In accordo con quanto previsto dall’associazionismo economico della tripartizione sociale steineriana, gli imprenditori dovrebbero produrre le sole merci effettivamente richieste dalla comunità cui appartengono. Ciò ha due conseguenze positive: una consistente riduzione del rischio d’impresa da una parte e, dall’altra, un opportuno dimensionamento della sua capacità produttiva. Il dominio bitinvor dovrebbe interagire quindi con le associazioni economiche per riuscire a finanziare nel modo ottimale solo quelle imprese dedite a soddisfare i bisogni reali della comunità. A questo proposito risulta possibile attraverso una rete peer-to-peer fare in modo che le associazioni di consumatori-produttori possano esprimere e quantificare in qualche modo i loro bisogni. Per l’erogazione del finanziamento, la relativa transazione potrebbe essere quindi finalizzata con uno smart contract solo se le seguenti condizioni risulteranno tutte soddisfatte:

  • esistenza di una prova-di-lavoro da parte di una associazione di consumatori-produttori che attesti la necessità di soddisfare un certo bisogno della comunità in una certa quantità
  • reputazione (rating) dell’imprenditore superiore ad una soglia minima da definire
  • assenso al finanziamento da parte della funzione bancaria per l’attività imprenditoriale che soddisfi proprio quella specifica necessità della comunità in qualità e quantità

7. Conclusione

Abbiamo messo in evidenza la matrice anarchica e libertaria della genesi di Bitcoin e la sua vocazione di mezzo di scambio per soggetti mutuamente cooperanti in comunità anarchiche in cui l’elemento statale sia del tutto assente. Il percorso che Bitcoin ha sin qui fatto per realizzare lo scopo per cui è nata, è contrassegnato da soluzioni che potremmo definire geniali. Dal disegno complessivo della sua implementazione inizia a farsi manifesto parte del mistero di cosa sia la moneta ed a palesarsi la sua natura eterea, immateriale, essenzialmente fondata sulla fiducia umana. Ma questo processo di ‘epifania monetaria’ non si è ancora del tutto concluso.

Si è messo infatti in luce come i principi libertari cui Bitcoin si ispira abbiano le proprie radici teoriche soprattutto nell’anarco-capitalismo e in altre correnti della filosofia politica liberale e anarco-individualista contemporanea. Tutto ciò ha influenzato notevolmente la progettazione di Bitcoin che si è focalizzato primariamente sulla necessità di escludere l’elemento statale dalla sfera economica. Ma nel far questo ha trascurato di indagare la reale natura della moneta. Tralasciando questo aspetto, Bitcoin rischia di traghettare nelle comunità anarchiche di cui aspira divenire il mezzo di scambio, le tare della moneta attuale, di portare in esse la versione elettronica di una moneta strutturalmente malata.

Eppure proprio in ambienti contigui all’anarchismo si è inizialmente sviluppato il concetto di decumulo monetario attraverso il pensiero di Silvio Gesell. Esso si è poi perfezionato nell’ambito della complessa trasformazione dell’organismo sociale ideata da Rudolf Steiner, anch’egli legato all’anarchismo tedesco, denominata tripartizione sociale. Essa postula un “denaro di prestito”, un “denaro di dono” e un “denaro di acquisto” trasmutantesi l’uno nell’altro in un ciclo simile a quello del sangue in un organismo vivente.

Freicoin, una criptovaluta che, derivata da Bitcoin, implementa nativamente il demurrage geselliano, potrebbe essere il punto di partenza per una implementazione dei tre denari steineriani che nel capitolo precedente si è proposto incentrati su tre domini funzionali distinti: bitmercor, bitdonor e bitinvor. Qui è però importante osservare come Bitcoin e le altre criptovalute da esso derivate, abbiano a disposizione vari meccanismi (prova-di-lavoro, reputazione, smart contract, etc.) che possono al più supportare decisioni a maggioranza nell’ambito di comunità virtuali basate su reti peer-to-peer. Ma per quanto detto, soprattutto il processo che porta alla generazione di moneta non è in alcun modo assimilabile ad un processo democratico. I domini bitdonor e soprattutto bitinvor quasi sicuramente necessitano di una centralizzazione ed è insensato costringerli in meccanismi che sono loro estranei solamente per ottemperare ad un astratto requisito di anonimità. L’esclusione della sfera statale da quella economica si realizza molto meglio quando diviene concretamente possibile assicurare alla moneta una genesi autonoma come denaro d’investimento e la sua successiva trasformazione in denaro di acquisto e denaro di dono con le modalità proprie a ciascun dominio funzionale. Piuttosto che tentare di diffondere una moneta elettronica che sia in generale astrattamente invisibile al potere statale, è più opportuno creare prima le condizioni per una sana circolazione monetaria all’interno di piccole comunità in cui si abbia e il mercato e le istituzioni culturali e le capacità imprenditoriali alla ricerca del credito necessario alla realizzazione dei beni e servizi richiesti dalla comunità stessa. Creando prima le condizioni per la sua circolazione, si sarà fatto molto per radicare saldamente la nuova moneta su un dato territorio e a dare origine a processi economici nuovi ed indipendenti dalla sfera statale.

Le difficoltà da superare per integrare in una criptovaluta i tre denari di Steiner possono apparire davvero notevoli. Negli anni Ottanta e Novanta del novecento, le difficoltà che si prospettarono a David Chaum, a Tim May e ad altri pionieri del cripto-anarchismo, dovevano apparire non meno formidabili. Eppure, meno di trent’anni dopo, il mondo intero ha sotto gli occhi il fenomeno Bitcoin in tutta la sua portata e si tratta appena della prima implementazione del cripto-anarchismo!

L’essenziale dunque è porsi nella direzione corretta.

8. Appendice

Note:

[1] Seguendo una convenzione ormai piuttosto diffusa in rete, con ‘Bitcoin’ (con l’iniziale maiuscola) ci si riferisce al protocollo o al concetto in generale, mentre con ‘bitcoin’ (con l’iniziale minuscola) alla singola istanza ovvero alla moneta ‘fisica’.

[2] Per una trattazione completa si può consultare la documentazione ”ufficiale” del protocollo: https://en.bitcoin.it/wiki/Main_Page

[3] Da Wikipedia inglese: “Un sistema reputazionale calcola e pubblica i punteggi di reputazione per un insieme di oggetti (ad esempio fornitori di servizi, servizi, beni o organizzazioni), all’interno di una comunità o di un dominio, sulla base di una raccolta di opinioni che gli altri soggetti detengono sugli oggetti”. Un esempio concreto è costituito da eBay.

[4] Forse uno dei più famosi epigoni del movimento è Julian Assange di Wikileaks. Il termine non va confuso con cyber-punk da cui appunto scherzosamente deriva.

[5] Tim May. Cyphernomicon, 1994. http://www.cypherpunks.to/faq/cyphernomicron/cyphernomicon.txt.

[6] Wei Dai. b-money, 1998. http://www.weidai.com/bmoney.txt.

[7] Satoshi Nakamoto. Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System, 2008. http://bitcoin.org/bitcoin.pdf.

[8] Ciascun nodo può cioè agire sia come come server che come client, inviando e ricevendo dati secondo le necessità. Una rete siffatta è detta anche rete peer-to-peer o P2P.

[9] Paragrafo “Deflation” in: https://en.bitcoin.it/wiki/Controlled_supply.

[10] Dorit Ron and Adi Shamir. Quantitative Analysis of the Full Bitcoin Transaction Graph. Sito web, 2012. http://eprint.iacr.org/2012/584.pdf.

[11] Per una trattazione più esauriente dell’argomento cfr. http://www.tripartizione.it/articoli/denaro_scadenza_09_2013.html.

[12] Per una completa trattazione dei rapporti tra Rudolf Steiner e l’anarchismo tedesco cfr. http://www.tripartizione.it/articoli/Moneta_decumulo_01_2013.pdf.

[13] L’innovazione steineriana dello schema di Gesell, tema esteso e alquanto complesso, verrà qui trattato solo parzialmente e in modo conforme all’obiettivo che ci siamo posti. Per approfondire l’argomento dei tre tipi di denaro di Rudolf Steiner, si consultino i lavori dell’economista Geminello Alvi cfr. L’anima e l’economia. Mondadori, 2005; La Confederazione italiana. Marsilio, 2013; Il Capitalismo – Verso l’ideale cinese. Marsilio, 2011.

[14] Recente parziale implementazione del denaro a scadenza steineriano, cfr. paragrafo dedicato al Chiemgauer in http://www.tripartizione.it/articoli/denaro_scadenza_09_2013.html.

[15] Ci richiamiamo qui alla terminologia dell’economista Geminello Alvi per il quale mercor corrisponde allo steineriano denaro d’acquisto, donor corrisponde al denaro di dono o al denaro vecchio e invor corrisponde al denaro di prestito o denaro giovane.