Silvio Gesell, economista autodidatta e ministro fugace

di Luca Gallesi, A-Rivista (marzo 2018)

Quattro anni fa è uscito presso Mimesis nella collana “Oro e Lavoro” il volume “Il valore del denaro” di Silvio Gesell, a cura di Luca Gallesi. Ne riproduciamo ampia parte dell’introduzione.

Sono molti i profeti e gli utopisti che in Europa, all’inizio del Novecento, condannano l’industrializzazione e criticano allo stesso modo il comunismo e il capitalismo. In Germania e nell’Impero austro-ungarico riscuotono particolare successo i riformatori che esaltano i valori rurali, predicando il ritorno alla terra, che deve diventare patrimonio comune del popolo. La questione agraria diventa una priorità, e, in mezzo a tanti visionari e qualche lunatico, emerge una personalità brillante e concreta, che diffonde con successo le sue idee: Silvio Gesell.
Seguace del socialismo di Proudhon e delle teorie economiche di Henry George, diffuse in Germania da Michael Fluerscheim e Adolf Damaschke, Gesell è un convinto fautore della nazionalizzazione della terra, e si fa promotore di un ritorno all’”economia naturale” all’insegna del denaro libero in terra libera, ovvero l’eliminazione dell’interesse dal denaro e l’affrancamento della terra dall’ipoteca. Nella sua Freiwirtschaft, il denaro va regolato da un ente centrale che deve favorire i produttori della nazione, eliminando l’egemonia dei gruppi predatori che invece sfruttano a proprio vantaggio l’economia nazionale.
Il proposito di liberare i popoli dalla “schiavitù dell’interesse” ha origini lontane, collegandosi idealmente alla tradizionale lotta contro l’usura che in Europa aveva caratterizzato la Cristianità medievale, e che era diventata patrimonio comune di numerosi riformatori moderni, a partire dai populisti e dai bimetallisti degli Stati Uniti d’America per arrivare ai socialisti gildisti della Gran Bretagna, realizzandosi concretamente negli efficaci esperimenti con la moneta statale, per altro poco conosciuti, effettuati dal governo dell’Isola di Guernsey sin dal 1820.

Nato il 17 marzo 1862 a Sankt Vith, una cittadina vicino a Liegi, allora in terra tedesca, Silvio Gesell è il settimo dei nove figli di Ernesto, impiegato prussiano e protestante, e di Jeanette Talbot, vallone e cattolica. A causa delle non floride condizioni economiche della sua famiglia, Silvio interrompe gli studi per iniziare quella che sarà una lunga e varia esperienza lavorativa. Disponibile e brillante, supplisce alla mancata carriera scolastica con un’intelligenza vivace che gli permette, cambiando rapidamente impieghi, di raggiungere una posizione di indipendenza lavorativa nel ramo delle esportazioni. Nel 1887 si stabilisce in Argentina, lavora in tutto il Sud America e si sposa, in Uruguay, con una moglie tedesca, Anna Boettger da cui, tra il 1888 e il 1915, ha quattro figli, a cui ne seguirà un quinto, nato in Germania da Jenny Blumenthal.
In Argentina comincia a interessarsi di economia a causa della crisi causata dall’introduzione del gold standard negli scambi internazionali. Il susseguirsi di deflazione e inflazione, causate rispettivamente da scarsità di metallo prezioso e conseguente, eccessiva abbondanza di banconote, permette di arricchirsi rapidamente a chi, come Gesell, oltre che di intuito è dotato anche di fortuna. Negli anni Novanta comincia a scrivere saggi dedicati ai problemi monetari, seguendo il filone tracciato da Proudhon; il suo primo opuscolo, intitolato La riforma del sistema monetario come ponte verso lo stato sociale è pubblicato a Buenos Aires nel 1891, e pochi mesi dopo esce Nervus Rerum, opere che contengono in nuce la tematica che svilupperà per tutta la vita, ovvero la certezza che la soluzione della questione sociale non risiede nella proprietà dei mezzi di produzione come crede Marx, bensì nel ruolo contraddittorio giocato dal denaro, che è contemporaneamente strumento di misurazione del valore delle merci e valore in se stesso.

Nel 1919 l’anarchico Gustav Landauer

Lo stesso denaro può diventare, quindi, una merce, ma con degli immeritati vantaggi rispetto agli altri beni: è tesaurizzabile, al contrario della forza lavoro umana, e, mentre produrre e trasportare le merci costa lavoro e fatica, il denaro può essere trasportato ovunque senza sforzo e senza subire deperimenti. In più, garantisce ai suoi possessori un indebito privilegio, quello di poter fruttare un rendere un interesse a prescindere dal fatto che il suo utilizzo sia indirizzato verso attività produttive o semplicemente speculative, oppure essere addirittura tolto dalla circolazione, interrompendo il circolo di acquisti e vendite che rende possibile l’economia di una nazione.
Il denaro, per Gesell, corrisponde alla circolazione sanguigna della società; e, come l’organismo muore se il sangue viene tolto, così, se il denaro viene immobilizzato in attività speculative, la società viene soffocata dal ristagno e dalla disoccupazione. Una soluzione al problema si può trovare, secondo le parole di Gesell, nelle “banconote che si arrugginiscono”, ovvero in una riforma organica del denaro che, non deve più essere un corpo estraneo alla società, ma diventarne il fulcro, prodotto, gestito e finalizzato al bene della comunità. Il suo La Cuestion Monetaria Argentina, pubblicato nel 1898, è stato definito “la più concisa ed efficace esposizione gli effetti nocivi della politica deflazionaria mai pubblicato”.
Nel 1900, Silvio Gesell può finalmente permettersi di vivere di rendita: affida al fratello Paul la sua attività commerciale e si ritira in Svizzera, dove compra una fattoria e si dedica allo studio approfondito dei problemi economici. Pochi anni dopo, nel 1907, la morte del fratello lo costringe a ripresentarsi oltreoceano, dove si ferma fino al 1911, quando può lasciare nuovamente l’attività in mani famigliari, questa volta del figlio maggiore. Tornato in Europa si stabilisce a Oranienburg – Eden, tra Berlino e Potsdam, interessandosi ai vari movimenti di riforma agraria molto attivi a quel tempo, avvicinandosi a Franz Oppenheimer e pubblicando, insieme con Georg Blumenthal il giornale “Physiocrat”, dove propone che il sostentamento delle madri di famiglia sia a carico della comunità, grazie alla rendita delle terre agricole nazionalizzate. Le autorità prussiane fanno chiudere il suo giornale come “sovversivo”, e Gesell torna in Svizzera, a Berna, dove pubblica nel 1911 la prima edizione del suo capolavoro, Die natürliche Wirtschaftsordnung durch Freiland und Freigeld, in attesa di quella che inaspettatamente sarà la sua unica, breve avventura politica, nella repubblica socialista bavarese.
Nell’aprile 1919, a guerra finita, Gustav Landauer, ebreo anarchico e non violento, ed Ernst Niekisch, che, prima di diventare il teorico di riferimento del nazionalbolscevismo, è Presidente del Comitato centrale dei Consigli degli Operai, dei Contadini e dei Soldati di Baviera, lo chiamano a ricoprire il ruolo di Ministro delle Finanze nella Repubblica dei Consigli di Monaco. Gesell era un autore letto e apprezzato nei circoli tedeschi anticonformisti della Rivoluzione Conservatrice., come testimonia il suo opuscolo Flugschrift der Freiland – Freigeld Bewegung.
Il governo dura un paio di settimane, e, secondo la vulgata, è spazzato via dai Corpi Franchi, che uccidono Landauer e arrestano Gesell, poi assolto dalla magistratura che lo lascia tornare in Svizzera a elaborare le sue teorie economiche.
In realtà la “repubblica sovietica” bavarese proclamata da Kurt Eisner il 7 novembre 1918 dichiara la sua lontananza dal bolscevismo e difende la proprietà privata. Quando Eisner viene assassinato, il 21 febbraio 1919, scoppiano disordini che incoraggiano comunisti e anarchici alla conquista del potere. Il 6 aprile viene proclamata la Repubblica Sovietica Bavarese, che nonostante il nome, è governata da socialisti indipendenti come il proudhoniano Gesell, il socialista indipendente Niekisch e da anarchici comunitari come Landauer, acerrimo avversario del materialismo marxista, che vedeva incarnato da un inaccettabile centralismo autoritario, e propugnava un sistema di leghe rurali e comunitarie. L’esperimento, a cui partecipa Gesell, dura solo 6 giorni, e viene posto al termine dai comunisti comandati da Eugen Levine, il “Lenin tedesco”. Gesell, che nei pochi giorni a disposizione era riuscito a stampare della “moneta prescrittibile” che non venne mai messa in circolazione viene da loro arrestato, processato e amnistiato o assolto. Solo dopo, il 3 maggio, quando le Guardie Rosse hanno cominciato a giustiziare prigionieri contro-rivoluzionari, i Freikorps conquistano Monaco e rovesciano il governo comunista della seconda Repubblica dei Consigli. È di quel periodo la conoscenza di Gesell con un altro intellettuale anticonformista, Rudolf Steiner, che era in predicato di diventare Ministro delle Finanze del Wuerttenberg.
L’incontro di Gesell con la politica concreta è dunque traumatico e di breve durata, anche se lascia anche in Germania un’eredità importante. Werner Sombart, in un contributo al volume collettaneo che inaugura la collana della Scuola di scienze corporative dell’Università di Pisa, La crisi del capitalismo, intitolato “Correnti sociali della Germania di oggi”, cita tra i gruppi che vivacizzano l’ambiente politico tedesco prima dell’avvento del nazionalsocialismo, i teorici del “freies Geld”, raccolti carismaticamente attorno a Silvio Gesell, che nel frattempo aveva continuato a criticare la Repubblica di Weimar in nome di un’economia di mercato vera, ossia senza capitalismo. La sua proposta di una patrimoniale molto consistente prendeva di mira il latifondo e il grande capitale, che facevano ricadere sulla popolazione il costo delle riparazioni dei danni di guerra. La politica inflazionistica adottata dai numerosi e deboli governi repubblicani colpiva le classi medie e basse, a favore dei ricchi possidenti.
Nel 1924, il mercante-filantropo torna per qualche mese in Argentina, per rientrare definitivamente in Europa, dove, a Oranienburg-Eden muore di polmonite l’11 marzo 1930, lasciando un’eredità ideale che ha interessato alcuni tra i più importanti economisti del secolo scorso e che non si è ancora esaurita, e anche una testimonianza materiale, cioè la città argentina di Villa Gesell, splendida cittadina turistica fondata dal figlio di Silvio, Carlos.

Uno “strano” profeta?

Lord John Maynard Keynes, nei quasi quaranta volumi delle sue opere complete, non cita mai Proudhon, che pure apprezzava e da cui trasse ispirazione; menziona invece più volte, nella sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Silvio Gesell, che del socialismo anti-marxista di Proudhon era un appassionato estimatore. Nella prima, curiosa citazione, Keynes parla, del “problema della domanda effettiva”, che “poté soltanto sopravvivere nel mondo sotterraneo di Karl Marx, di Silvio Gesell e del Maggiore Douglas”, accomunando due economisti quantomeno originali e sicuramente eterodossi con il teorico del comunismo, che è indiscutibilmente un classico, difficilmente confinabile in un “mondo sotterraneo” in compagnia di sconosciuti. All’economista bavarese, argentino d’adozione, Keynes torna nel libro VI, dedicandogli, nel capitolo 23, l’intero paragrafo VI, che inizia qualificando Gesell come uno “strano e immeritatamente trascurato profeta, la cui opera contiene sprazzi di profonda penetrazione e che soltanto per poco ha mancato di giungere al nocciolo dell’argomento”. Keynes in qualche modo si scusa per non aver colto immediatamente il merito di Gesell, accomunandolo ai molti fanatici allora in circolazione, e “siccome è probabile che pochi fra i lettori di questo libro siano a conoscenza del significato dell’opera di Gesell, gli concederò uno spazio che sarebbe altrimenti sproporzionato”. Seguono alcune note bio-bibliografiche non sempre precise, da cui emerge il ritratto di un Gesell autodidatta, che si è dedicato allo studio della moneta come strumento di riforma sociale, e che, “attirando a sé il fervore semi-religioso che una volta si era accentrato attorno a Henry George, divenne il profeta riverito di un culto con molte migliaia di discepoli in tutto il mondo”. L’accostamento al carismatico riformatore Henry George non è casuale: per esempio, l’edizione americana del 1936 di The Natural Economic Order, che riprende la traduzione di Philip Pye del 1929, è dedicata “Alla memoria di Mosè-Spartaco Henry George e di tutti coloro che hanno combattuto per creare un’adeguata base economica per la pace e la buona volontà tra gli uomini e le nazioni”. È questa, anche, l’edizione consultata da Frank Lloyd Wright, che nella sua Autobiografia cita con gratitudine Gesell, le cui idee traspaiono in molte sue opere, e alle quali fu introdotto a San Antonio.
Nonostante il fervore para-religioso dei suoi seguaci, secondo Lord Keynes:
“il libro principale di Gesell è scritto in linguaggio freddo e scientifico (…). In complesso lo scopo del libro può definirsi l’instaurazione di un socialismo anti-marxista, una reazione al laissez-faire costruita su fondamenti teorici totalmente diversi da quelli di Marx poiché basati sul ripudio, invece che sull’accettazione, delle ipotesi classiche, e sulla liberazione della concorrenza da ogni vincolo, invece che sull’abolizione della concorrenza”.

Quei piccoli (e pochi) tentativi

Per giungere, infine, ad affermare quello che, successivamente, molti suoi critici gli rimprovereranno:
“Ritengo che l’avvenire avrà più da imparare dallo spirito di Gesell che da quello del Marx. La prefazione a The Natural Economic Order indicherà al lettore, se vorrà leggerla, la classe morale di Gesell. Io penso che la risposta al marxismo debba trovarsi seguendo le linee di questa prefazione”.
Una delle idee principali di Gesell, o, comunque, quella che più è stata discussa, criticata e, qualche volta, messa in pratica riguarda il cosiddetto Schwungeld, in inglese Stamp scrip, cioè il “denaro prescrittibile” o, secondo i traduttori della Teoria keynesiana, la “moneta stampigliata”.
Tra i problemi affrontati dall’economista autodidatta troviamo innanzitutto la tesaurizzazione del denaro non per fini produttivi ma esclusivamente a scopo speculativo. Tale sottrazione dal mercato della moneta, in altre parole, dello strumento indispensabile per il funzionamento del mercato stesso, può causare delle difficoltà effettive nella circolazione reale delle merci. Come, curiosamente, nello stesso tempo si era accorto anche un altro economista eretico, Francesco Avigliano, che, tra l’altro, negli anni Venti del secolo scorso aveva pure anticipato l’idea della moneta prescrittibile:
“L’idea di risparmio, sorta da reali e sante disposizioni dello spirito alla parsimonia e alla previdenza, è diventata strumento supremamente ingannevole, perché si ammanta della più bella delle virtù umane, per giustificare fenomeni di arricchimenti che col risparmio non hanno nulla a che vedere”.
Sono molte e sorprendenti le similitudini tra le idee del nostro Avigliano e le teorie gesellite: nella dedica al suo L’enigma sociale, Francesco Avigliano critica l’idea di ricchezza intesa come abbondanza di denaro e di accumulazione di titoli, con un paragone efficace e fulminante:
“Di certo, tutti i titoli del mondo (la nuova ricchezza finanziaria della plutocrazia) non varrebbero a produrre un solo chicco di grano, se questo chicco non esistesse già. Gli è che, come la strada e il viandante sono bensì gli elementi necessari all’azione del transitare ma non sono sufficienti senza il beneplacito del prepotente che impone la taglia, così oramai la esistenza nel mercato dei coefficienti naturali di produzione continua bensì a essere necessaria per poter produrre, ma non è più sufficiente senza il beneplacito dell’artificio del capitalismo finanziario.
Come, cioè, senza pagare la taglia al prepotente, il viandante non può transitare, così, senza la possibilità di poter assicurare un super-guadagno all’artificio del capitale finanziario, i coefficienti naturali di produzione non possono produrre e si sperperano nel mercato”.
La moneta prescrittibile, o stampigliata che dir si voglia, aveva colpito la mente di Avigliano quando l’aveva incontrata in uno scritto di Achille Loria, “che dava notizia di un avvenimento strano verificatosi in questo dopo guerra, cioè che essendosi in un paese, se non erro, della Czeco-slovacchia, proceduto alla “stampigliatura” dei biglietti monetari, questo livellamento aureo della moneta cartacea non commosse il mercato con i suoi prezzi”. Il curatore di questa edizione di Avigliano ha rintracciato la fonte in Achille Loria, Le peripezie monetarie della guerra. Lezioni tenute all’Università Commerciale Luigi Bocconi aprile 1919, Milano, Fratelli Treves Editori, 1920, dove si legge, alle pagine 97-98:
“In ogni caso però è assolutamente necessario di obbligare i possessori di moneta delle regioni liberate a farla immediatamente stampigliare e di limitare il cambio, al pari fissato, alla moneta stampigliata; poiché in caso diverso i cittadini dello Stato vinto, la cui moneta ha fin dapprima, o scende bentosto ad un valore minore di quello delle regioni liberate, la spediscono a queste per lucrare il pari più alto”.
Di Avigliano e di Gesell, in Italia, si accorge, negli Anni Trenta, Odon Por, un giornalista e scrittore ungherese con un passato di sindacalista vicino al socialismo gildista, che A.R.Orage aveva fondato prima della Grande guerra attorno alla sua rivista “The New Age”. (…)
I tentativi di adottare moneta prescrittibile, dopo quello fallito della Repubblica dei Consigli di Monaco, riguardano tutti l’Europa centrale: uno in Baviera, a Schwanenkirchen e un altro in a Wörgl, in Tirolo, che è stato molto discusso per il suo successo, bruscamente interrotto da un intervento della Reichsbank. Nel 1932, la cittadina aveva poco più di 4000 abitanti, compreso vecchi, donne e bambini, di cui 1500 erano disoccupati per la chiusura di alcune fabbriche. Le tasse non venivano pagate, i lavori pubblici non potevano essere effettuati e il Comune era sull’orlo del fallimento. Invece di strangolarsi accendendo prestiti –come oggi, purtroppo, sta accadendo con il suicida ricorso ai derivati- le autorità decidero di stampare moneta prescrittibile dopo aver avuto l’assicurazione preventiva che sarebbe stata accettata da operai e commercianti. Furono stampati 32.000 scellini, con biglietti da 1, 5 e 10 con una griglia sul retro.
Ogni biglietto completo di bolli o “marchette di rivalutazione” applicate mensilmente veniva riscattato dal Municipio alla fine dell’anno, e le emissioni erano regolate dai bisogni reali, tenuti costantemente monitorati dalle autorità cittadine che all’uopo predisponevano tabelle appositamente aggiornate. Il deprezzamento periodico della moneta ne causò la rapida circolazione, e sembra che l’emissione originaria risultasse addirittura eccessiva, dato che solo una parte dell’emissione fu tenuta in circolazione attraverso remissioni, mentre il resto rimase nelle casse cittadine. Il potere d’acquisto della nuova moneta rimase alla pari con lo scellino austriaco, e tutti gli impiegati della città, a partire dal Sindaco, ricevevano una parte del loro stipendio in questa moneta, prima il 50%, e poi il 75%, mentre gli operai assunti dal Comune venivano pagati col 100% di moneta nuova, che veniva accettata da tutti gli esercizi del paese.
Le tasse poterono finalmente essere pagate, e una Cassa Comunale d’Emissione, appositamente costituita, poteva ricevere sotto forma di risparmio il nuovo denaro, che non era più necessario affrancare, e che veniva rimesso in circolazione dal Comune, rendendo impossibile la sua tesaurizzazione. La Tesoreria municipale veniva così ad essere arricchita dalla moneta legale che gli arrivava dalle imposte federali rimesse dallo Stato, dalla ritenuta del 2% sul cambio o riscatto in moneta legale della moneta nuova, dagli interessi del denaro dato in prestito fuori dal territorio comunale e dalla tassa mensile dell’1% prelevata su ogni scellino di moneta nuova.
La moneta legale di proprietà comunale serviva come copertura al 100% della moneta nuova, che aveva riacceso i motori dell’economia cittadina e incuriosito i paesi vicini che cominciavano ad accettare la moneta di Wörgl, che era uno dei pochi comuni dal bilancio attivo in piena crisi economica. L’esperimento ebbe tale successo che la Banca Centrale si allarmò e fecero cessare d’autorità l’esperimento il 10 settembre 1933.

La riscoperta di Gesell

L’idea del denaro prescrittibile attira, in Italia, l’attenzione di un altro straniero naturalizzato italiano, l’inglese James Barnes, che, in un suo pamphlet pubblicato verso la fine dell’ultima guerra, Giustizia sociale attraverso la riforma monetaria, dedica un intero capitolo, il VI, al “Denaro prescrittibile”, dove, in termini semplici e chiari, descrive come funzionerebbe praticamente l’applicazione delle marche da bollo, e quali sarebbero i benefici di un tale sistema.
Innanzitutto, sostiene Barnes, lo Stato guadagnerebbe un cospicuo reddito senza gravare troppo sul contribuente, poi, incoraggerebbe il risparmio in forme non legate al denaro contante, che verrebbe invece usato solo per la trattazione degli affari, aumentando la produzione, e infine, stimolerebbe la velocità dei pagamenti, con un possibile effetto di rincaro dei prezzi, misura controbilanciabile dalle Autorità con adeguate nuove emissioni. (…)
Dopo una lunga pausa, oggi l’eredità ideale di Gesell viene nuovamente presa in considerazione e apprezzata a livello internazionale, purtroppo a causa della grande crisi che colpisce tutto il mondo globalizzato. Una edizione scientifica delle sue opere complete in 18 volumi è stata pubblicata una decina di anni fa a cura di Werner Onken e il recente aggravarsi della situazione economica mondiale rende sempre più attuali le parole di Keynes, che di Gesell apprezzava l’esser parte di “coloro che, seguendo le loro intuizioni, hanno preferito vedere oscuramente e imperfettamente la verità piuttosto che persistere in un errore, ch’era stato raggiunto bensì con chiarezza e coerenza e facile logica, ma su ipotesi inadatte ai fatti”.
Chissà se, a quasi ottant’anni da queste parole, la verità vista da Gesell non sia più tanto oscura né imperfetta.
Da allora sono molte le traduzioni in molte lingue, di cui la maggior parte è disponibile liberamente su Internet.

Luca Gallesi
gallesi.luca@gmail.com

Questo testo è costituito dalla quasi totalità della prefazione al volume di Silvio Gesell, “Il valore del denaro”, a cura di Luca Gallesi (Mimesis, Milano 2014). Ringraziamo l’autore e l’editore per la disponibilità.

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